Cantanti mutanti
Diventare qualcun altro
Una delle cose che invidio moltissimo agli statunitensi è la leggerezza del passato, la sottigliezza delle radici. Loro invece, pur essendo molto orgogliosi della loro identità americana, ricercano con impegno le loro genealogie: “Sono 60% svedese, 17% rumena, 11% tedesca e 8% italiana. E tu?” Io sono siciliano, che ne so? Sarò un 5% di ognuno dei popoli che ha abitato la Sicilia dalle origini. Malgrado questa ossessione genealogica di molti, c’è un aspetto della cultura degli USA che contraddice questa tendenza: la libertà di essere chiunque uno/a si immagini di essere.
Il primo grado di questa libertà si trova nei cambi di nome, comuni negli USA ma quasi impensabili in Europa. Per noi è difficile: il mio cognome è la mia identità, il mio passato: se a vent’anni avessi annunciato che non sarei mai più stato Sergio Messina bensì Alberto Cazzaniga, in famiglia l’avrebbero presa malissimo. Tuttalpiù avrei potuto adottare un soprannome o un nome d’arte. Ma andare all’anagrafe e dirgli che sì, la stirpe dei Pescinfaccia è antica e nobile ma preferiresti chiamarti Russo non si fa (tranne in casi rarissimi), io almeno non conosco nessun italiano che l’abbia fatto, e di cognomi bizzarri un pochino me ne intendo. Invece negli USA non solo è piuttosto comune ma costutuisce un congegno poetico per diversi artisti (nonché uno stratagemma promozionale: Lana Del Rey suona più cool di Elizabeth Woolridge Grant). Ma non come Bowie, che diventa Ziggy e poi anche il Duca Bianco ma è sempre rimasto David Jones, bensì come Bob Dylan che smette di essere Zimmerman e lo cancella: i suoi figli di cognome fanno Dylan. Lo cambia per dei motivi che mi sembrano insieme ragionevoli e, da europeo, anche molto esotici: “Ti chiami come desideri chiamarti: questa è la terra della libertà”.
(L’intervista integrale del 2004 con Ed Bradley per il programma 60 minutes è davvero ben fatta e molto utile, volendo capire Dylan.)
Il secondo grado di questa libertà identitaria è l’assunzione di una Persona, di un’identità anche lei nuova. In un processo mimetico piuttosto ridicolo, all’inizio della sua carriera Dylan raccontava di aver lasciato casa in Minnesota all’età di 10 anni, essere cresciuto come un vagabondo (secondo la leggenda degli Hobo), di essersi esibito con un luna park o un circo. Inoltre imitava spudoratamente i Folksinger degli anni 40, in particolare Woody Guthrie. Il bello è che Dylan ci ha creduto talmente tanto che (anche grazie al suo talento immenso) alla fine ci è diventato: this is the land of the free.
Ora immaginate che domani io cambi nome in Olindo Canins e diventi non solo un cantante folk friulano super-tradizionalista ma mi vesta in costume, parli esclusivamente in dialetto e diventi uno strenuo difensore dell’identità furlana: ci pensate le risate? Qualche esempio italiano c’è (Arbore pugliese che diventa napoletano, parla in dialetto, suona il mandolino e canta le canzoni tradizionali) ma sono pochi e mai davvero completi: Renzo non ha mai raccontato di essere cresciuto nei vicoli facendo lo sciuscià.
Pierre Menard, autore del Chisciotte, racconto di Jorge Luis Borges, narra di uno scrittore francese di oggi, Pierre Menard, che tenta un’impresa impossibile: riscrivere il Don Chisciotte di Cervantes parola per parola, senza copiarlo ma facendolo scaturire dalla propria mente, cioè diventando lui stesso Cervantes.
Questo genere di transizione identitaria è tipica dell’America e, oltre a Dylan, sono diversi gli artisti a cui identità d’origine (personale, sociale, musicale, geografica) stava stretta o scomoda, per mille motivi. Qualcuno di questi ha una vicenda degna di nota.
Ramblin’ Jack Elliott
Prima di Dylan c’era Ramblin’ Jack Elliott, nato Elliott Charles Adnopoz a New York nel 31 in una famiglia benestante (il padre era un famoso medico). Ma Elliott Adnopoz, come Zimmerman, è imprigionato nel ruolo sbagliato: lui vorrebbe essere un cowboy. A 15 anni scappa di casa e per tre mesi viaggia con un rodeo itinerante. Riacciuffato dai genitori torna a New York, impara a suonare la chitarra, diventa Ramblin’ Jack e incontra Woody Guthrie, del quale diventa studente e imitatore: si dice che Dylan all’inizio non copiasse Guthrie ma Elliott. “Il figlio di Guthrie, Arlo, raccontò che a causa della malattia e della morte prematura di Woody non ebbe mai modo di conoscerlo veramente, ma imparò le canzoni e lo stile interpretativo del padre da Elliott. Secondo Arlo, Woody Guthrie una volta disse che Jack Elliott ‘suona come me più di quanto non faccia io stesso’”. Ramblin’ Jack è molto attivo come musicista e storyteller nella scena Folk e compare nei due film girati da Dylan durante il tour Rolling Thunder Revue del 75/76: Renaldo & Clara (78) e lo stupefacente docu-fiction Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese del 2019.
Chiedo all’AI quale fosse l’accento di Elliott: “Parlava con un accento da cowboy intenzionalmente costruito, spesso caratterizzato da un tono stridulo e da una dizione nasale”. Malgrado la sua discografia intermittente e non eccelsa Elliott si guadagna un posto nella storia del Folk americano, e la stima di Johnny Cash:
“Nessuno che io conosca, e intendo proprio nessuno, ha percorso più strada, si è fatto più amici e ha cantato più canzoni del tipo che state per incontrare. Ha una canzone e un amico per ogni miglio percorso. Date il benvenuto al mio buon amico, Ramblin’ Jack Elliott.”
The Johnny Cash Show, 1969
Dr John
Malcolm John Rebennack Jr., nato a New Orleans nel 41, è stato un prolifico session man e artista dalla fine degli anni 50 col nome di Mac Rebennack. Ma alla fine dei 60 succede qualcosa, ben spiegata da Wikipedia, che sintetizzo:
Da giovane Rebennack si interessa al Voodoo, e nel 68 sviluppa l’idea del personaggio di Dr. John basandosi sulla vita di un principe senegalese con quel nome, mago, erborista e guaritore spirituale giunto a New Orleans da Haiti, che affermava di avere 15 mogli e oltre 50 figli. Inoltre conservava un assortimento di serpenti e lucertole, insieme a scorpioni imbalsamati e teschi di animali e umani, e vendeva gris-gris, amuleti voodoo che si supponeva proteggessero dal male chi li indossava. Rebennack decise di produrre un disco e uno spettacolo teatrale basati su questo concetto, quindi assunse il ruolo (e l’identità) di Dr John. Gris-Gris divenne il titolo dell’album di debutto di Dr John, pubblicato nel 1968, che contiene l’inno voodoo I Walk On Guilded Splinters, dove possiamo sentire Doctor Rebennack mentre si trasforma in Mister John.

Da qui in poi per oltre 50 anni Mac Rebennack comparirà soltanto in un caso, un album di solo piano dal titolo pure curiosamente Borgesiano: Dr John plays Mac Rebennack. Ma per il resto della sua vita Malcolm rimane Dr John Creaux, The Night Tripper aka The Grand Zombie:
J’suis the Grand Zombie, yellow belt of choison
Ain’t afraid of no tomcat fill my brains with poison
Walk through the fire, fly through the smoke
See my enemy at the end of dey rope
Walk on pins and needles, see what they can do
Walk on gilded splinters with the king of the Zulu
Coco Robicheaux
Curtis John Arceneaux (1947 - 2011) è nato in California. Suo padre era di discendenza acadiana (cajun, Louisiana), mentre da parte di madre le sue origini includevano ascendenze inglesi, norvegesi, scozzesi, tedesche, olandesi, gallesi e native (ecco l’ossessione americana per la genealogia). Remixo dal sito orleansrecords.com: dopo un inizio precoce e un grave incidente, verso la fine degli anni 60 Arceneaux si trasforma in Coco. Nel folklore della Louisiana Coco Robicheaux è uno spirito dispettoso, una figura spaventosa e ammonitrice che i genitori usavano per spaventare i bambini disobbedienti. Secondo la fiaba tradizionale Coco Robicheaux è un bambino rapito da un lupo mannaro, noto nel folklore cajun e creolo come Loup-Garou o Rougarou. Il nome Coco Robicheaux inoltre viene ripetuto molte volte nella canzone I Walk on Guilded Splinters dall’album Gris-Gris del 1968 di Dr John. Curtis diventa Robicheaux e da quel momento tutta la sua discografia (molto intermittente) ruota intorno al folklore creolo-cajun-acadiano-voodoo: Spiritland (94), Louisiana Medicine Man (98), Hoodoo Party (2000) e Revelator (2010). Non so a voi, ma a me Coco sembra credibile quando canta: “They say that I’m the revelator of old”. Purtroppo questo suo brano (il mio preferito, ha un arrangiamento vocale stellare) su YouTube esiste soltanto in una versione, quella che ho fatto io nel 2011 quando Coco è morto (come nel frattempo anche quel canale YouTube).
C.W. Stoneking
Qui il processo è lievemente diverso ma il risultato mi pare simile. Christopher Wiliam Stoneking è nato nel 74 a Katherine, Northern Territory, Australia, 9.643 abitanti e ubicazione assolutamente aliena (siamo ben prima di Internet).
Ma Christopher non si perde d’animo, anche perché ha una passione: la musica americana arcaica. Si autopubblica i primi due album (C.W. Stoneking, e C.W. Stoneking & The Blue Tits ambedue del 99) e poi sfonda nel 2005 con King Hokum, pure autoprodotto. Nel 2006, tanto per chiarire i suoi riferimenti, pubblica il CD Mississippi & Piedmont Blues 1927-41. Nel frattempo Christopher si trasforma in C.W., una specie di minstrel degli anni 30, con una band degna del personaggio: lui (che canta, suona il banjo, il dobro e diversi altri strumenti obsoleti), tuba, tromba, trombone e batteria.
Può sembrare un costume hipster e forse in parte lo è, ma C.W. è molto meticoloso e il tutto è credibile: l’accento, i testi, il tono sbilenco della voce, la strumentazione, i titoli, la grafica, i font. Stoneking sembra il Pierre Menard di un musicista nato nel 1905.
Clare Bowen
Ovviamente il mestiere di un’attrice è quello di calarsi in un personaggio. Se dovessi interpretare una friulana imparerei l’accento, la cadenza, i modi di dire. Ci sono molti esempi di attori che sono stati credibili in ruoli distanti da loro, ma devo dire che Clare Bowen mi ha veramente colpito.
Clare Maree Bowen (1984) è un’attrice, cantante e ballerina australiana, nota soprattutto per il ruolo di Scarlett O’Connor nella serie televisiva Nashville: “Scarlett è una ragazza che scrive poesie. Stringe amicizia (e poi ammore travagliato) con Gunnar Scott, tecnico del suono che le propone di musicare le sue poesie”. Una donna del sud che parla con quell’accento, quella cadenza, quelle espressioni. E fin qui è il suo mestiere. Nella fiction però lei si scopre cantante e autrice insieme a Gunnar, interpretato dal bonazzo Sam Palladio. Ma mentre Sam (che in realtà è inglese) fa un po’ fatica, Clare (australiana) viene posseduta dai fantasmi delle regine del genere e si trasforma in una cantante Country di prima categoria. Nashville, va detto, è una soap noiosissima, ma con alcune canzoni così belle nella prima stagione che l’ho guardata quasi tutta nella speranza che ce ne fossero altre; la colonna sonora è prodotta da T Bone Burnett, il motivo per cui l’ho iniziata. In questo video Bowen e Palladio (con una band stellare) sono dal vivo al Rhyman Theater, la cattedrale della musica Country. Ma mentre lui fa la parte di un inglese che pensa di essere un imitatore di Hank Williams, Clare è a casa sua, e gli applausi sono tutti per lei. Spoiler: sul mio prossimo album ci sarà una cover di questa meravigliosa canzone (già fatta e mixata).
Gillian Welch
Anche questo è un caso diverso, non credo che Welch nelle interviste parli con l’accento dell’Oklahoma. Però la sua vicenda è molto più interessante di quelle degli artisti del genere Americana, che trovo troppo hipster e spesso noiosi. Purtroppo lei è spesso inserita in quel mondo e non è bello. Gillian Welch è nata nel 1967 a New York ed è stata adottata da Mitzie e Ken Welch, intrattenitori comici e musicali. Quando ha tre anni la famiglia si sposta a Los Angeles dove Welch suona in alcune band, si laurea in fotografia all’UCSC e poi ottiene un Master in Songwriting al Berklee College of Music di Boston. Una laurea magistrale in composizione di canzoni presso una delle più prestigiose scuole d’America: non esattamente una suonatrice di Clawhammer banjo della Carolina del Nord. Che è però quello che Gillian Welch diventa, almeno musicalmente. Insieme al suo partner Dave Rawlings (che suona una chitarra Epiphone Olympic del 1935 dalla voce dolce e misteriosa) inventano un’Appalachia immaginaria ma perfetta dove, in una forma arcaica e ortodossa, si raccontano storie, talvolta senza tempo ma spesso molto contemporanee. Il primo album dei due (96) si chiama Revival e inizia così:
I loro primi tre dischi sono stupefacenti, premiatissimi e copiatissimi dagli Americana di cui sopra. Ma quelli mica hanno una laurea magistrale del Berklee College of Music. Welch si cala in profondità nella Mountain Music, ne studia sapientemente gli strumenti, le tecniche, le strutture, i modi e le melodie per poi produrre canzoni come My Fist Lover.
Il mio album preferito è Time (The Revelator) del 2001, registrato con strumenti arcaici e microfoni d’epoca in uno studio leggendario, e del quale esiste una versione DVD (qui la prima parte e qui la seconda) dove Welch e Rawlings suonano in diretta alcuni dei brani, come la perfetta Elvis Presley Blues. Qui inoltre si sente bene quel suono di chitarra dall’oltretomba di Rawlings, elusivo e seducente.
Nei dischi successivi Welch si è parzialmente liberata della sua Carolina interiore, non prima però di aver affermato un’idea: la musica Popolare (tutta, dagli Appalachi a Bagamojo) è una materia fluida sia nelle forme che nei contenuti. Conoscere (e interiorizzare) le forme originarie (quindi non quella taranta cafona e gutturale che va di moda oggi in Italia) consente di utilizzarne i congegni poetici e musicali per poi riempirli di contenuti personali (come fa mirabilmente Sinaubi Zawose proprio a Bagamojo, in Tanzania).
Inoltre pensavo che forse anche Little Tony e Bobby Solo potrebbero essere in questo articolo: magari all’inizio hanno veramente pensato di essere la reincarnazione di un contadino del Tennessee, col ciuffo gagliardo e i fianchi roteanti. Però Antonio Ciacci e Roberto Satti non hanno mai raccontato di aver lavorato in un circo. Forse avrebbero potuto ma non sarebbe stato altrettanto cool: siamo europei. Infine: secondo voi gli amici di Marilyn Manson lo chiamano Marilyn oppure Brian?
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Gillian Welch 🤟
grazie
veramente bravo . mi piacerebbe scambiare considerazioni su Dylan, che " studio" da 40 anni .