Chuck Berry
Il poeta epico del Rock'n'Roll
Chuck Berry è notoriamente uno dei padri del Rock’n’roll, molto celebrato benché mai abbastanza, forse anche per via del fatto che era un soggetto ruvido e controverso; ma la sua è una figura cardine della musica pop moderna per molte ragioni. Berry (nato nel 1926, con un passato di piccola criminalità e carcere) incrocia e incardina perfettamente uno snodo di connessione essenziale, quello tra il Blues e il Rock’n’roll: nel 1955 va a Chicago dove incontra Muddy Waters che gli suggerisce di contattare la Chess Records, per la quale registra i suoi primi singoli. Quindi i suoi colleghi non sono Little Richard o tantomeno Bill Haley bensì Waters, Bo Diddley, Willie Dixon e Howlin’ Wolf. La sua principale fonte d’ispirazione è T-Bone Walker (forse il chitarrista più influente prima di Hendrix, che pure definì la sua musica “blues elettrico”) e la famosissima intro di Johnny B. Goode l’ha rubata a Louis Jordan, altro padre del Rock’n’Roll per parte di Jazz. Berry è l’archetipo del cantante con chitarra elettrica che durante l’immancabile assolo (che non ha inventato ma certamente popolarizzato) faceva la sua mossa trademark, il Duck walk: siamo alle origini delle popstar moderne.
La sua capacità di intrattenere col corpo e insieme la musica era enorme, e nei video dei suoi concerti si vede molto bene l’effetto che faceva, perfino in Tv: andate su YouTube e sbizzarritevi. Tra i precedenti prossimi bisogna citare Cab Calloway, altro intrattenitore elettrizzante che negli anni 30 e 40 (cioè in un’America perfino più segregata di quella di Berry) sapeva creare un grado di eccitazione assai notevole negli spettatori - spesso ballanti. Infatti l’idea che un concerto Pop si ascolti seduti è venuta col tempo, e fino al Rock’n’roll il luogo deputato era la Ballroom (letteralmente Sala da ballo), dove c’erano i tavolini ma anche la pista. Elvis, che come Berry aveva questa capacità innata, è una sintesi che contiene tutti questi ingredienti (e molti altri: prima o poi scriverò anche di lui).
Il phrasing di Chuck Berry (che forse si potrebbe tradurre con fraseggio: in un testo musicale il phrasing è il modo nel quale le parole si incastrano con il ritmo) è inesorabile e perfetto. Questo è un aspetto importante: il Rock’n’roll non è solo Blues suonato veloce e a alto volume, e una delle differenze sta proprio nel phrasing, che sintetizza le grandi canzoni dello Swing, il Blues e il Country creando un linguaggio nuovo, non solo negli argomenti. Questa innovazione, di Berry e alcuni altri, prelude a tutte le evoluzioni future, da Jagger a Method Man, da Johnny Rotten a Lady Gaga.
Berry è un autore di testi musicali raffinatissimo, nel suo genere forse insuperabile. Non solo i suoi sono spesso quadri narrativi molto sofisticati e evocativi, diversi dagli scialbi temi teenage Pop dell’epoca, ma il suo punto di vista è spesso ironico e la sua tecnica preferita è lo storytelling. Maybellene (55, poi diventato il nome della sua chitarra) è una curiosa metafora tra delle automobili e un bisticcio di amanti. In Roll Over Beethoven (56) vuole scrivere una letterina al DJ della sua radio locale per chiedergli di suonare una canzone che gli piace tanto, cioè la stessa Roll Over Beethoven. You Never Can Tell (uscita nel 64 mentre Berry si faceva tre anni di galera per aver fatto sesso con una quattordicenne*) è il buffo racconto a lieto fine di un matrimonio tra teenager in Louisiana, la cui morale è “Non si può mai dire”. Ma il suo capolavoro è certamente Johnny B. Goode (58), che incorona Chuck Berry come un Omero moderno. Qui siamo nella mitologia, e uso questo termine con cautela. Infatti Berry costruisce un archetipo essenziale per il futuro della musica e non solo, evocando un personaggio fondativo dell’epica contemporanea. Qui trovate il testo originale, che dice: Johnny viveva nel profondo della Louisiana, vicino a New Orleans, nei boschi tra i sempreverdi (quindi non a New York, Londra, Parigi o Roma) in una capanna di tronchi fatta di terra e legno: è un ragazzo di provincia, di campagna (il testo è parzialmente autobiografico). Johnny non ha mai imparato a leggere o scrivere tanto bene, però sa suonare la chitarra come se suonasse una campana. Si sedeva vicino alla ferrovia e suonava al ritmo dei treni, la gente si fermava e diceva: “Urca, Johnny sa proprio suonare”. Se ne accorge anche sua madre, che gli predice un futuro di successo e il suo nome su un’insegna luminosa: stasera Johnny B. Goode. Questo è l’archetipo mitico su cui si fonda il sogno (e spesso il fallimento) di molte generazioni successive di ragazzi e ragazze che non scrivevano tanto bene ma che sapevano suonare (o pensavano di saperlo fare), dal Rock’n’roll al Punk, dagli anni 60 al 2026 (con la differenza che oggi c’è Internet che cambia tutto, ma non il sogno). Se si va a vedere, la stragrande maggioranza delle popstar da allora a oggi (di ogni tipo, dalle attrici agli chef, dalle artiste ai cantanti) non viene dalle grandi città, ma tutte ci vanno proprio nella speranza di vedere un giorno il proprio nome sul cartellone.
Chiudo con un episodio dell’81 che descrive bene l’aura di Chuck Berry: “L’incidente è avvenuto nel backstage in un camerino di New York quando Keith Richards ha iniziato a armeggiare con la chitarra di Berry mentre lui era via. Berry entrò, dichiarò “Nessuno tocca la mia chitarra” e gli diede un pugno in faccia facendogli un occhio nero. Nonostante il cazzotto, Richards, grande fan di Berry, l’ha presa come un “complimento inverso” e un “segno di rispetto”“ (qui trovate tutto). Non solo Keith Richards, insieme agli Stones, è stato uno dei motori della mitologizzazione di Berry (che citava in continuazione specie all’inizio, e di cui poi ha prodotto un documentario celebrativo) ma dopotutto era Keith Richards (oggi su Internet si trovano a caro prezzo chitarre suonate da Richards una volta, con prova fotografica). Ma Chuck era Chuck, e senza Chuck probabilmente non avremmo avuto il buon Keith e tutti gli altri venuti dopo.
Su Rolling Stone Italia trovate l’articolo Chuck Berry in venti brani con alcune curiosità: occhio ai cookies.
* Non è mia abitudine giudicare un (o una) artista dai suoi momenti infelici, o perfino dalle sue caratteristiche odiose (la lista delle sue nefandezze è su Wikipedia). Se venisse fuori che Bach mangiava i bambini, questo non toglierebbe niente al mio godimento della sua musica, ma certamente aggiungerebbe una dimensione alla mia opinione su di lui. Infatti il fattaccio di Berry l’ho scritto, e potevo non farlo. Queste cose si curano dicendole, parlandone, denunciandole (se si tratta di cose perseguibili) onde evitare che possano risuccedere oggi. Prendersela coi morti (o peggio cancellare il loro lavoro) non ha senso.




