Come amare J.J. Cale
Playlist annotata per principianti e distratti
In realtà amare J.J. Cale è uno sport diffuso e piuttosto semplice: bastano le popolarissime After Midnight (70) e Cocaine (77) di Eric Clapton, o Call Me The Breeze dei Lynyrd Skynyrd (74, poi diventata uno standard del Southern Rock), tutte canzoni scritte da lui. Oppure apprezzare lo stile chitarristico di Mark Knopfler, che all’inizio della carriera sembrava un suo imitatore. Tuttavia amare Cale medesimo non è così facile, per un motivo semplicissimo: lui si è sempre negato, compariva poco, si vestiva normalmente, nelle interviste era laconico e non sembrava interessato alla fama. In un breve documentario purtroppo scomparso da YouTube, Cale ricorda la sua reazione alla versione di After Midnight fatta da Clapton: “La sentii alla radio. La stazione che la trasmetteva era una Top 40 e sapevo che se la trasmettevano a Tulsa la trasmettevano ovunque, quindi avevo una hit. Così andai a comprarmi una macchina nuova”. Clapton rimase suo fan per tutta la vita, nel 2008 realizzò insieme a lui The Road to Escondido (album non eccelso che però vinse un Grammy) “anche per capire”, dichiarò in un’intervista, “come facesse a fare certe cose”. E J.J. era fan di Eric? Non lo sapremo mai. Alla domanda se Cale avesse gradito le suo cover, Clapton ha risposto: “[Ride] Non so se approvi quello che ho fatto, sai... Voglio dire, sarebbe fantastico...” Ne consegue che, in tutti questi anni, con tutti i soldi che Clapton ha fatto guadagnare a Cale (e viceversa), J.J. non ha mai fatto commenti su quelle cover, e Eric non ha mai osato chiedere.
A differenza da quella di Zappa, la discografia di J.J. Cale (nato nel 38 a Tulsa, Oklahoma, e scomparso nel 2013) è molto lineare, lo stile simile, il tono identico. Negli anni aumenta la qualità delle produzioni, talvolta c’è una sezione fiati ma i collaboratori restano sempre gli stessi, quasi tutti vecchi amici di Tulsa. Da notare che Cale oltre a essere autore e chitarrista era un soundman: “Nel 65 si trasferisce a Los Angeles dove diventa il fonico degli Skyhill Studios di Leon Russell”, antico complice anche lui di Tulsa. Russell e Cale sono tra i creatori di quel suono che si chiama appunto Tulsa Sound.
Il primo album di J.J. Cale, Naturally del 71, già contiene tutta la sua poetica, il suo sguardo, e soprattutto il suo suono che è un vero enigma. Le canzoni sono apparentemente semplici e lineari ma nascondono una complessità sonora e ritmica, una “pasta” micidiale impossibile da replicare. Clapton non è stato l’ultimo a chiedersi come facesse Cale a creare quel suono. Ecco una selezione annotata del suo lavoro, per principianti e, come dicevo, distratti - magari proprio da Eric.
Full disclosure: facendo il chitarrista e il fonico (quasi sempre di me stesso) la mia musica deve molto a quella di J.J. Cale, che ho sempre considerato un modello di ruolo e un maestro del suono. Inoltre la prima batteria elettronica che abbia mai sentito stava su un suo disco.
Call Me The Breeze (Naturally, 1971)
“They call me the breeze, I keep blowin’ down the road, I ain’t got me nobody, I don’t carry me no load”. Così si apre il primo disco di Cale: un drifter che viaggia leggero e va dritto per la sua strada: “Ain’t no change in the weather, ain’t no change in me”. La struttura è un semplice Blues di 12 battute con chitarre assassine e una batteria elettronica, la primitiva e tonante Ace Tone Rhythm Ace FR-1, in bella evidenza. La quale, invece di sottrarre groove, conferisce al brano un tiro perfetto intorno al quale la giungla di chitarre, basso e percussioni swingano a morte.
Call The Doctor (Naturally, 1971)
Gli amori marci sono un classico del Country, e J.J. Cale non fa eccezione. Qui una Shady lady “mi ha preso tutti i soldi, ha abusato del mio corpo e mi ha sconvolto la mente, vi prego: qualcuno chiami il medico e gli dica che sono malato”. Anche la musica è malata, lenta e piangente, ma dopotutto: “Ho finito i soldi , non ho un posto dove andare, non credo di essermi mai sentito così giù. Mentre sei qui, se hai tempo, chiama il dottore e digli che sto male”.
Clyde (Naturally, 1971)
Qualcuno, che Dio lo benedica, mi ha regalato questo album quando avevo 15 anni e da allora Clyde è diventato il mio eroe, e a detta della moglie di Cale forse anche quello di J.J. Cito a memoria una sua frase in conferenza stampa: “Voi credete di averlo sentito suonare, ma il vero J.J. è quello che suona per il cane in veranda”. Anche Clyde suona in veranda: scalzo, pizzica il basso elettrico con gran finezza e canta il Blues. Poi arriva Misery, che ama la compagnia, ha un cane che fa i cori e suona il tamburino. Quindi sopraggiunge anche Jody May che cerca di smuoverlo, ma Clyde non ne vuole mezza: “Non si muove, non batte ciglio, non si sposta di un millimetro: se ne sta seduto in veranda senza scarpe, suona il basso e canta il Blues”.
The Old Man and Me (Okie, 1974)
Ecco uno dei suoi arrangiamenti insieme semplici e impossibili. Quasi niente da solo sta in piedi: non le percussioni sbilenche, non le (forse) due chitarre, ognuna delle quali fa tre suoni. La slide (suonata da Mac Gayden) è minimalista e perfetta, e Cale è in modalità sussurro. La melodia di The Old Man and Me rischia di passare inosservata ma, fateci caso, è davvero magnifica.
Il bellissimo testo di questa canzone risuona fortemente col mio Autismo, e non è il solo indizio che mi ha fatto pensare che forse anche Cale fosse in qualche modo nello spettro. Lui si sveglia la mattina con l’ansia e va giù al fiume, dove i brutti pensieri gli passano. Quando arriva la barca del vecchio pescatore gli chiede: “Che fanno oggi, abboccano?” Ma non prendetela male, io e il vecchio abbiamo una bella cosa: lui prende pesci e io sto seduto tutto il giorno.
Friday (Five, 1979)
Questa è innanzitutto una masterclass di chitarra Boogie, anzi di chitarre, le cui parti si evolvono durante tutto il brano creando incastri mozzafiato. Sotto c’è una Drum Machine e forse anche un basso robot, tutto il resto tira come un carro di buoi. Friday, che è ballabilissima, ha anche il più bel testo che abbia mai sentito sulla settimana lavorativa: Come on Friday, it’s been too long.
Bringin’ It Back (Naturally, 1971), Days Go By (Guitar Man, 1996)
Cale era un grande fan della Cannabis e ne parla in diverse canzoni. Bringin’ It Back è il resoconto di una brutta esperienza: essere beccati alla frontiera mentre riporti l’erba dal Messico. Qui oltre al tiro spaziale dell’arrangiamento c’è una soluzione inedita e profetica: una specie di drop stile House (a 1’20” dall’inizio), va via il rullante e tutto resta sospeso per otto battute. Quando rientra è subito festa.
Days Go By (genere Stoned Jazz) è la più bella canzone sull’erba che abbia mai sentito, e ne ho sentite molte. Talmente bella che, contravvenendo a una mia regola, ripubblico tutto il testo:
When you light that funny cigarette would you pass it back to me? I’m feeling a little down and out and it’ll keep me company, I’m just a long lost sinner living life here on the line, I’ll give it right back to you, I know it’s not really mine. Now don’t put it out, not right yet, it’s burning pretty good, maybe I’ll have one more toke, you think I should?
Hey, the walls are starting to move The floor is way down there, What a buzz it is, there’s electricity in the air. Boy, I’m feeling really gone, I’m feeling really cool, I think I’ll have another one, I’m just another fool. You know they say it’s illegal but what isn’t these days? No matter what you do there’ll be somebody on your case.
I must not be together, look at the shape I’m in, I just know people are saying “He’s looking awful thin!” I guess I can count my blessings though I’ve always been this way, I guess I’ll quit tomorrow, maybe another day. You know time has no absolute, just seems like it’s spent, everything has a tendency to be so warped and bent. While looking here and there I’m surprised to see, everybody’s gone here, everybody’s gone but me.
Ooh, days go by, I just sit around and get real high. Ooh, what a glow, I just hang out, they come and go.
Down To Memphis (Roll On, 2009)
Sogno una discoteca dove suonino Down To Memphis: forse dovrei trasferirmi in Oklahoma. Una delle ultime produzioni di Cale, lievemente più lussuosa ma sempre enigmatica: come si ottiene quell’impasto? Magnifica la parte di fiati che suonano un riff di una nota, due Pé ma nei punti giusti. E poi Memphis che forse è una metafora: I ain’t got too far to go.
End Of The Line (Travel-Log, 1990)
End of the line curiosamente inizia con una lunga assolvenza. Il tono è quello di quattro amici in veranda che però suonano benissimo, il testo è una dichiarazione molto adulta, realistica e forse un po’ brutale che, mia cara, siamo al capolinea e il nostro amore purtroppo è finito.
Winter Snow (Stay Around, 2019)
Cale è scomparso nel 2013 e per adesso è uscito soltanto questo album di inediti curato da sua moglie, la cantante e chitarrista Christine Lakeland che era anche sua collaboratrice. La voce di Cale in Winter Snow è raddoppiata e armonizzata, creando un effetto magico, e la selva di chitarre è implacabile. Senza fare polemiche, i molti musicisti acustici con tatuaggi che praticano il genere Americana forse dovrebbero riporre momentaneamente lo strumento e fare una bella ripassata dei fondamentali, anche solo per non rifarli proprio uguali. Contrariamente a quanto accade di solito, quelli di Stay Around (titolo meraviglioso) non sono scarti, anzi: sono brani fatti e finiti, forse un po’ vuoti ma questo ne aumenta il fascino, e in certi momenti pare di stare in veranda pure noi.
Qui J.J. mostra la sua chitarra Frankenstein, la cui altezza delle corde si regola inserendo delle monete sotto al manico.
JJ Cale & Leon Russell at the Paradise Studios è un concerto registrato nel 79 nello studio di Russell. Meraviglioso, contiene tra le altre una versione letale di Call Me The Breeze.
I link portano su Wikipedia, tranne dove indicato. Se la frequenti spesso potresti fare una piccola donazione.




Ciao, sei il primo autore che leggo, raccontare di JJ Cale.
Condivido ogni singola parola che hai speso nel descrivere la sua musica, e l'idea del "Amare le canzoni di JJ Cale" e amare lui come artista.
Una delle mie preferite sue è: "RiverBoat song"
Niente da shades e grasshopper?
Per quanto riguarda l'influenza su Mark Knopfler cfr. Setting me up dei Dire Straits, ripresa pure da Eric Clapton. Almeno un grazie, povero JJ