Ci sono domande alle quali rispondere è impossibile, tipo: quando è iniziata la musica? Poi ce ne sono altre, forse altrettanto impossibili, alle quali si può tentare di dare una risposta, magari senza riuscirci ma scoprendo un mucchio di cose utili nel tentativo. La mia preferita (e uno dei temi di Mosche) è: quando e come è nata la musica moderna, quella che ascoltiamo oggi? La risposta si può cercare nei saggi storici che ci hanno provato (qualcuno bellissimo), nella discografia, che però inizia veramente negli anni 10 del 900, o nelle autobiografie dei primi grandi protagonisti come Armstrong (Satchmo: My Life In New Orleans è liberamente scaricabile su Archive.org), finestre su mondi scomparsi. Il più potente, rivelatore e emozionante di questi racconti in prima persona mi pare essere la lunga “intervista con musica” a Jelly roll Morton (otto ore, in diverse sedute) registrata nel 38 da Alan Lomax per la Library of Congress, e dal 2005 disponibile in versione integrale (8 CD, Rounder Records). La vita e la produzione di Morton sono avvolte nella nebbia del mito in parte costruito da lui, ma anche verificabile dalle testimonianze di altri e dai dischi. La sua storia ci porta in un tempo antico, radicalmente diverso dal nostro ma insieme presagio del nostro. Io cercherò di raccontarla bene ma so già che fallirò quindi seguite i link, molti dei quali aprono mondi che io posso solo sfiorare.
Ferdinand Joseph LaMothe (1890 - 1941), noto come Jelly Roll Morton, è stato un pianista, direttore d’orchestra e compositore americano di origini creole. Quindi era afroamericano? Quasi: i Creoli della Louisiana sono “un gruppo etnico francofono discendente dagli abitanti della Louisiana coloniale durante i periodi di dominio francese e spagnolo, prima che diventasse parte degli Stati Uniti. Condividono legami culturali come l’uso tradizionale delle lingue francese, spagnola e creola, e praticano prevalentemente il cattolicesimo, in contrasto con la cultura anglo-protestante degli americani yankee… Il termine Créole era originariamente usato dai creoli francesi per distinguere le persone nate in Louisiana da quelle nate altrove, tracciando così una distinzione tra gli europei (e gli africani) del Vecchio Mondo e i loro discendenti nati nel Nuovo Mondo. La parola non è un’etichetta razziale: le persone di origine europea, africana o mista possono identificarsi e si sono identificate come creoli della Louisiana fin dal XVIII secolo”.
Papa Leone XIV, nato Robert Francis Prevost, è di discendenza francese, italiana, spagnola e creola della Louisiana: “L’albero genealogico di Papa Leone XIV rivela radici afroamericane a New Orleans” (da ABC News).
Infatti Morton (come Prevost) ha un nome francese (entrambi i genitori facevano risalire le loro origini creole al 700), e anche il suo cognome d’arte è derivato da quello del suo patrigno Mouton, poi anglicizzato. La sua data di nascita è dibattuta, anche su Wikipedia, che all’inizio dice 1890 ma poi si contraddice: “nato intorno al 1885, nel 1918, sulla sua scheda di registrazione per la leva militare durante la prima guerra mondiale, dichiarò di essere nato nel 1884” (“La data e l’anno sono incerti poiché non gli è mai stato rilasciato un certificato di nascita”). Come vedremo questa differenza ha la sua importanza.
Morton cresce in uno degli epicentri della musica, New Orleans. Una città meticcia, multistrato e davvero molto peccaminosa. Storyville (il quartiere a luci rosse, oggi scomparso), nelle storie di Armstrong, Morton e molti altri è dove succede tutto: l’intrattenimento, la musica, i bordelli e l’abituale contorno di gangster, alcol, stupefacenti e sottobosco: “All’età di quattordici anni iniziò a suonare il pianoforte in un bordello. Cantava spesso testi osceni e usava il soprannome “Jelly Roll”, un termine gergale afroamericano per indicare i genitali femminili. Mentre lavorava lì viveva con la sua bisnonna, una donna molto religiosa. Le disse che lavorava come guardiano notturno in una fabbrica di botti. Quando la bisnonna scoprì che suonava in un bordello, lo diseredò”. Pare che Morton scelse uno pseudonimo proprio per proteggere la famiglia dalla nomea di “Professor”: “I bordelli migliori offrivano musica, in genere piccoli ensemble d’archi o pianisti. Questi ultimi, noti come “Professor” (o Fess), erano i musicisti più pagati del distretto, e incassavano laute mance ogni sera” (dall’informatissimo articolo Brothels & Music in Storyville). Pare che intorno al 1904 Morton inizi a scrivere musica e a lavorare come pianista. Qui bisogna sempre prendere le informazioni con le molle, dato che provengono in gran parte da lui. Certamente nel 1910 era già attivo. Come mai le date sono così importanti? Perché se fosse nato nel 1890 non avrebbe potuto inventare il Jazz nel 1902 (a 12 anni), mentre se l’anno fosse l’84 ne avrebbe avuti 18. What? Sì, in diverse occasioni ha ripetuto di averlo inventato lui. E se da un lato la stragrande maggioranza degli storici l’ha preso a pernacchie, “Gunther Schuller (importante critico e musicista) afferma a proposito delle “asserzioni iperboliche” di Morton che “non vi è alcuna prova del contrario” e che i “notevoli successi di Morton di per sé forniscono una ragionevole conferma”. Tra le prime hit di Morton c’è The Crave, delizioso Tango della Louisiana già popolare nel 1917 (questa dovrebbe essere la registrazione di un Piano Roll).
Ma è nel 1926, quando Jelly Roll è già affermato (e benestante) che inizia, col botto, la sua carriera discografica. Le prime session coi leggendari (per ottime ragioni) Red Hot Peppers sono insieme reperti di un tempo remoto e musica ben godibile ancora oggi. Pare che in questa fase Jelly Roll portasse un diamante incastonato tra i denti e fosse elegantissimo.
Negli anni 30 si trasferisce a New York dove continua a registrare con musicisti talvolta eccelsi, ma il suo stile ormai è passato di moda. Inoltre erano tempi duri: “In parte a causa della Grande Depressione, la RCA Victor non rinnovò il contratto discografico di Morton per il 1931. Continuò a suonare a New York, ma in difficoltà economiche. Ebbe brevemente un programma radiofonico nel 1934, poi andò in tournée con un’orchestra di burlesque. Nel 1935, la sua King Porter Stomp, riarrangiata in stile Swing da Fletcher Henderson, divenne il primo successo di Benny Goodman e uno standard del Jazz, ma Morton non ricevette alcun compenso dalle registrazioni”.
“Nel 1935 si trasferì a Washington per diventare direttore e pianista di un bar, The Music Box. Morton era maestro di cerimonie, buttafuori e barista. Durante la sua permanenza al Music Box, il folklorista Alan Lomax lo sentì suonare. Nel maggio del 1938, Lomax lo invitò a registrare musica e interviste per la Biblioteca del Congresso”.
Jelly Roll ha 51 anni, o forse 45, e capisce subito due cose. Innanzitutto che, oltre a essere un artista, è testimone di una scena che lui insieme a pochi altri ricorda, ma solo lui è nella posizione di raccontare. E poi comprende l’importanza di quell’intervista, capisce che quella, insieme alla musica, sarà la sua eredità culturale e stabilirà la “verità storica”. Interessante notare che molti altri protagonisti di quel momento hanno poi confermato la versione di Jelly Roll (l’ottavo CD contiene interviste a suoi contemporanei, raccolte da Lomax nel 49). Armstrong, chiamato in causa nell’intervista e un po’ maltrattato, scrive una replica un po’ piccata nella quale confuta quel singolo punto - ma nessun altro.
Gli 8 volumi (con booklet essenziale che include la trascrizione) sono lunghi brani di interviste dove Lomax chiede e Morton risponde, suonando e parlando allo stesso tempo, come fosse alla radio. Il primo volume inizia meravigliosamente così (sottotitoli ON):
L’ascolto integrale è fantastico, informativo, musicalmente gratificante e pieno di presagi del futuro. Un buon esempio è il linguaggio esplicito. Morton, assai cattolico, era restio a cantare certe canzoni da bordello delle quali gli chiedeva Lomax, anche per via della presenza dell’assistente del folklorista, una donna. Poi, complice il Whiskey (assai lodato durante tutte le registrazioni: “That whiskey is marvel - just lovely!”) si lascia andare e tocca un argomento chiave nella storia dell’Hip hop, le Dirty Dozen: “[Jelly Roll Morton, parla mentre suona] ‘Questa è The Dirty Dozen. L’ho sentita intorno al 1908 a Chicago. Sembra che Chicago fosse diventato un centro bizzarro (a freakish center)”.
Oh, you dirty motherfucker, You old cocksucker,
You dirty son of a bitch, You bastard, You’re everything,
And yo’ mammy don’t wear no drawers.
Yes, you did me this, you did me that, You did your father,
You did your mother, You did everybody you come to,
‘Cause yo’ mammy don’t wear no drawers.
Qui salta fuori il suo snobismo: “La suonavano nelle case di Chicago dove non si preoccupavano del linguaggio. A volte andavo in questi posti. Avrei dovuto essere uno dei pezzi grossi. Certo che... A volte entravo e li sentivo. Era molto imbarazzante a volte, solo il fatto che, uh, il Re Jelly Roll Morton fosse lì. Ma li beccavo e non si fermavano. Continuavano a suonare, sai. Ad alcuni importava e ad altri no. [Risate.] Le ragazze, avevano il vestito tirato su fino al sedere e lo scuotevano. A quel tempo indossavano le mutande con lo spacco, ma lo scuotevano e basta. E un tizio che strimpellava il pianoforte, un tipo dall’aspetto losco... non saprei chi fosse. Ne avevano diversi. E cantavano versi di ogni genere. Alcuni avevano un significato, altri non facevano rima e così via”.
Ovviamente le interviste sono piene di aneddoti. Però, forse per via della musica, torna su tutto il sapore: “Questi Honky Tonk erano luoghi sporchi e squallidi dove si giocava d’azzardo, e c’era un sacco di gente rozza pronta a litigare e a fare di tutto. Era davvero pericoloso per chiunque ci entrasse senza sapere cosa aspettarsi. C’era sempre un vecchio pianoforte sgangherato con un pianista mediocre che suonava qualcosa del genere. Beh, le ragazze iniziavano dicendo: “Suonami qualcosa, ragazzo, suonami un po’ di Blues”. E lui cominciava a suonare così”:
Poi Lomax gli chiede di cantarla:
I could sit right here, think a thousand miles away,
Sit right here, think a thousand miles away,
Since I had the blues this bad, cannot remember the day.
Come spesso capita, un Blues profondo. Certo, ascoltare 8 volumi è arduo. Ecco come mai “estratti delle sessioni apparvero per la prima volta su un album del 1948. La Riverside Records pubblicò le registrazioni come dischi LP nel 1955. Durante gli anni ‘90, la Rounder Records pubblicò una serie di compact disc che includevano il contenuto musicale ma non il dialogo”. Le parti più esplicite furono incluse solo nel 2005.
Nel 38 “Morton fu accoltellato da un amico del proprietario del Music Box e riportò ferite alla testa e al torace. Un ospedale vicino, riservato ai bianchi, si rifiutò di curarlo poiché la città aveva strutture sanitarie segregate. Fu quindi trasportato in un ospedale per neri più lontano. Durante il ricovero i medici gli applicarono del ghiaccio sulle ferite per diverse ore prima di medicarle. La sua guarigione fu incompleta, in seguito si ammalò spesso e soffriva di affanno. Dopo questo episodio, sua moglie Mabel chiese che lasciassero Washington. L’aggravarsi dell’asma lo costrinse a un ricovero di tre mesi in un ospedale di New York. Continuò a soffrire di problemi respiratori anche quando si recò a Los Angeles con l’intenzione di riprendere la sua carriera. Morì il 10 luglio 1941 a 51, o forse 57 anni”. Sulla sua lapide non ci sono simboli musicali bensì un rosario scolpito.
Come tristemente spesso capita, Jelly Roll Morton viene celebrato solo dopo la sua morte (Grammy, Lifetime achievements, ecc). Oggi è considerato uno dei padri della musica moderna per alcuni motivi incontrovertibili. Ha scritto alcuni degli standard del primo Jazz. Le sue registrazioni degli anni 20/30 hanno formato un’intera generazione di musicisti, quella dello Swing. Ha costruito uno stile pianistico molto personale e influente, derivato dagli stili fondativi del piano Jazz, Ragtime, Stride e Barrelhouse - che poi ha prodotto il Boogie Woogie.
La sua discografia e quell’intervista sono un monumento, ma non funebre. Nella musica c’è una serie di presagi, dalle Dozen ai Chili Peppers ma anche Duke Ellington e Gil Evans, che nel 58 produce una versione atomica di King Porter Stomp con Cannonball Adderley al sax alto.
Quell’intervista è l’equivalente nobile dell’odierno documentario di Netflix, dove una Popstar matura (Morton morirà solo tre anni dopo) si racconta, omettendo le brutture e amplificando i propri meriti. Però, come quei documentari, è una finestra su un mondo, quello della musica moderna e delle “culture marginali” dell’inizio (c’è un’ampia letteratura proprio di e su quegli anni, i Roaring Twenties), certamente arcaiche ma anche matrici della modernità.
Su Spotify c’è tutto, incluso The Complete Library of Congress Recordings. Tristemente, le registrazioni non sono di Pubblico Dominio e quindi non si possono nemmeno ascoltare, se non appunto in streaming (ma a cercare bene si trovano, e anche il booklet).
Nel film La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore (88) c’è una sfida tra Morton (Clarence Williams) e Novecento (Tim Roth). Ecco il primo round (qui il secondo):
Su YouTube c’è un concerto Rai nel quale Lino Patruno suona Morton.
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