Little Richard
Progettista del Rock’n’Roll, eroe LGBTQ
Ci sono molti modi per definire Little Richard, The Architect of Rock’n’Roll e The Originator erano i suoi preferiti. Il mio è: eroe assoluto della mitologia moderna, protagonista di una vicenda umana e musicale epica. Ci sono molti motivi per amarlo (stimarlo, volergli bene, diventarne fan, ecc), eccone alcuni.
Little Richard Penniman nasce a Macon, in Georgia nel 1932, terzo di dodici figli. Suo padre era predicatore, muratore, vendeva Moonshine e possedeva un night club. Magrolino, forse per un problema durante il parto aveva una gamba più corta che lo faceva camminare in modo strano. Inoltre fin da piccolo era furiosamente effeminato, e questo non deve avergli reso la vita facile: siamo nel sud degli USA, all’epoca segregatissimi. La chiesa afroamericana è una delle matrici di Richard, musicali e non: per tutta la vita oscillerà tra la carriera di cantante e quella di predicatore, fin da subito: nel 1958, quando è già una star internazionale, molla la musica e fonda il Little Richard Evangelistic Team, un tour nel quale predicava. Questo succede a cadenza quasi regolare in tutta la sua carriera. Lo racconta una delle più belle biografie di un musicista che abbia mai letto: The life and times of Little Richard: the authorized biography di Charles White (qui un estratto).
Il libro si basa su una serie di interviste nelle quali Richard si racconta con un candore assoluto, a tratti sconcertante: la religione e il demonio della musica (e dei soldi), la sessualità (pur essendo gay è stato sempre in coppia con donne, con le quali aveva una vita sessuale anche intensa ma non esattamente ortodossa), l’essere apertamente omosessuale (e nero) nell’America di quegli anni. C’è tutto (incluso l’uccello di Buddy Holly), e si legge come un romanzo - anche perché è scritto bene, ma non solo. Little Richard era queer quando era l’unico, un faro nel buio per tutte le persone queer davanti alla Tv. Il primo, che ha reso possibili tutti gli altri venuti dopo. Basterebbe questo a renderlo un eroe. (Va detto che l’ambiente della musica nera è sempre stato molto tollerante, e in passato ci sono state molte figure notoriamente omo o bisessuali, ma mai apertamente come lui.)
Sono di Richard alcune tra le canzoni più importanti della storia del Pop. La sua discografia tra il 55 e il 58 disegna l’architettura di molta della musica che verrà: tra le altre Tutti Frutti, Long Tall Sally, Slippin’ and Slidin’, Lucille, Ready Teddy, Good golly miss Molly. Era anche un performer elettrizzante, e molte di questi brani sono veicoli perfetti per la sua esuberanza, i falsetti, le grida. Anche qui è stato il primo, e ogni Uuuuuhh venuto dopo è merito suo. Il suo stile pianistico, derivato dal Jazz e dallo Stride Piano, è pure stato molto influente.
Nel 55 Little Richard ha scritto Tutti Frutti, altro motivo che basterebbe da solo a mandarlo in paradiso. Come mai un ritornello con parole italiane? Si è sempre detto che forse aveva sentito un fruttivendolo italiano gridare al mercato. La verità (raccontata nella biografia) è che il testo nasce da un gioco di parole: Fruit è uno dei termini (dispregiativi) per definire i maschi omosessuali. Richard ci aveva scritto intorno una canzoncina gaia: Tutti Frutti, good booty, if it don’t fit don’t force it. La eseguiva dal vivo nel tripudio delle folle che capivano benissimo lo scherzo - e la riappropriazione di una parola negativa (anche qui il primo). Poi, quando si è trattato di inciderla, ha sostituito il culo con parole nonsense. Come mai nonsense? Lo spiega all’inizio della canzone con una delle frasi chiave per capire la musica pop: Wop bop a loo bop a lop bom bom, che vuol dire “Nel Rock’n’Roll (e non solo) quello che canti è meno importante di come lo canti”. Little lo cantava come se fosse urgentissimo - e poi negli anni si è visto che lo era.
Little Richard è stato ampiamente riconosciuto (già dagli anni 70 era anche una star del circuito dei talk show, e poi ovviamente delle reti religiose) ma mai abbastanza, almeno secondo lui e anche secondo me. C’è questa clip della consegna del Grammy 1988 come migliore esordiente, presentano il premio David Johansen e lui in gran forma. Si inzia con una gag premonitrice, il suo commento sui capelli di Johansen alla Little Richard: “Mi hanno rubato tutto”. Poi parte la serie dei nominati (gente perlopiù dimenticata) e al momento di rivelare chi ha vinto Richard annuncia: “Il vincitore sono io. Non mi avete mai dato nessun Grammy, io sono l’architetto del Rock’n’Roll, l’originatore di tutto”. Non so a voi ma a me è venuto un brivido perché ha ragione. Lui lo dice ridendo perché è uno showman ma sta dicendo una cosa sacrosanta e, a sentire bene (e a guardare il pubblico in sala), non sta scherzando*. La vincitrice? Jody Watley, bravo chi se la ricorda.
Nella mia vita Little Richard ha svolto un ruolo fondamentale. Da piccolo il mangiadischi era il mio giocattolo preferito, ma è diventato essenziale a 8 anni quando, in circostanze fortuite, ho messo le mani sul 45 giri di Land of a Thousand Dances nella furibonda versione di Richard (che secondo me è la più bella). Da quel giorno la mia vita è cambiata.
* Forse anche a seguito di questo episodio, nel 93 gli fu conferito un Grammy alla carriera.




La storia in parte mi era nota. Ma è come la racconti che la rende imprescindibile.
A quanto pare, in Velvet Goldmine (il film), il misterioso personaggio di Jack Fairy, ispiratore dell'intera scena glam, era inteso rappresentare (e omaggiare) Little Richard e la sua statura di padre fondatore del rock.
Bowie ha dichiarato più volte di aver deciso di diventare un musicista dopo aver ascoltato Long Tall Sally di Little Richard.