Music for Silence
Playlist autistica incompleta e personale
Innanzitutto un avvertimento: non ho alcuna competenza medica per collegare queste musiche all’Autismo. Aggiungerei che, essendo ogni autistico diverso, questa è la musica che funziona per me: non solo mi piace ma, come cercherò di dire, “risuona” con la mia condizione e talvolta ne mitiga gli effetti negativi.
Uno degli aspetti comuni a chi è lievemente autistico è la difficoltà di fermare la mente. Questo è vero anche per tutti gli altri, tant’è che alcune filosofie hanno sviluppato pratiche, come la meditazione o lo Yoga, anche per ottenere questo risultato. Pare però che noi autistici abbiamo delle difficoltà aggiuntive. Avendo un’intelligenza emotiva poco sviluppata (almeno nel mio caso, ma è una delle caratteristiche comuni), cerchiamo di risolvere qualsiasi problema (ostacolo, difficoltà, scoglio) utilizzando quella razionale, che è utile per fare strategie culturali ma non, per esempio, con le questioni di cuore. Questo ci porta a rimuginare più della media (mi dicono, è difficile capire come pensino gli altri). La musica è una delle pochissime cose che riesce a interrompere il loop dei miei pensieri.
Da ragazzo a un certo punto ho capito una cosa: anche ai miei amici piaceva molto la musica (ci siamo scelti anche per questo), ma a me faceva un effetto diverso, più intenso e emotivo, spesso ne ero ipnotizzato e riascoltavo lo stesso brano a ripetizione, cosa che non piaceva ai miei amici e preoccupava mia madre. Quale brano? Tutti?
No, la musica che mi ipnotizzava (allora come oggi) deve avere certe caratteristiche, che mi sembrano legate a uno dei “sintomi” tipici: il bisogno di uniformità. Innanzitutto la ripetizione. Io ho delle difficoltà con la “musica narrativa”. La Sinfonica è un buon esempio: tranne in certi casi, passa (melodicamente, ritmicamente e armonicamente) da una “scena” all’altra senza (o con minime) ripetizioni, come i film o i libri: grandi piaceri intellettuali ma per me non ipnotici o sensuali. La musica che mi cattura è ripetitiva, non va da nessuna parte, non ha “narrazione” e poco sviluppo melodico. È più simile all’architettura (ne ho già scritto qui), che definisce uno spazio attraverso ritmo e ripetizione, e ti permette di trascorrerci del tempo. Amiamo tutti la ripetizione, con o senza Autismo. È uno dei motivi per cui le canzoni, che di solito hanno una struttura ripetitiva piuttosto rigida (introduzione, strofa, talvolta bridge, ritornello e poi di nuovo strofa, ecc.), sono così popolari. E quando scopriamo una canzone che ci piace, la prima volta che la ascoltiamo proviamo la gioia della scoperta, ma dalla seconda volta in poi, il piacere sta tutto nella ripetizione, nel sapere cosa verrà, ancora e ancora. Questa preferenza è profondamente radicata nel nostro DNA. Qualsiasi ritmo è ripetizione: camminare, respirare, il cuore.
Un loop è la registrazione di un suono (può essere una batteria o qualsiasi altra cosa) ripetuto digitalmente. Parte della musica qui sotto è basata su loop. Adoro i bassi, lo strumento e le frequenze, quindi, parte della musica qui sotto ha molti bassi. Preferisco i ritmi lenti. Sono d’accordo con Dr Dre: slower is always better. Attenzione: molti di questi brani sono famosissimi. Questa non è una playlist di rarità. Inoltre è parziale e incompleta: molta della musica che ascolto per piacere (e non per ricerca) risponde a queste caratteristiche.
Classica/Contemporanea
Maurice Ravel: Bolero
Questo è probabilmente il brano di musica classica più apprezzato al mondo. Per una buona ragione: stessa tonalità, stesso ritmo, due melodie che si ripetono con una struttura AABB dall’inizio alla fine. Naturalmente l’aumento di intensità, la strumentazione e l’intenzione degli esecutori fanno la differenza. A me il Bolero piace lento e letale (cioè com’è scritto): si va da 13’ dei direttori frettolosi (come quello del bel video qui sotto) agli oltre 18’ di Sergiu Celibidache - inesorabile e magnificente. Qualcuno ha detto “Il Bolero, se lo suoni veloce è troppo lungo, se invece lo suoni lento è troppo corto”: parole sante.
Gioacchino Rossini: La Gazza Ladra, ouverture
Ero ancora piccolo quando mi accorsi che questa meraviglia è interamente costruita intorno alla ripetizione delle stesse, poche frasi musicali; cambiano gli strumenti, il volume, l’intenzione ma si ripete come una specie di frattale sonoro. Anche la popolarissima quinta sinfonia di Beethoven è costruita intorno alla frase Ta ta ta taa declinata in mille modi.
Terry Riley: Persian Surgery Dervishes
Questa un tempo si chiamava Musica Iterativa, oggi la chiamiamo Minimale. Riley è un grande maestro della ripetizione e In C (1964) non è solo un brano importante ma anche una meraviglia da ascoltare. Ho scoperto Riley all’inizio degli anni 70 e la sua musica, dal vivo o su disco, è sempre stata un’esperienza intensa.
Steve Reich: Drumming II
Reich, come Riley, è un gigante del Minimalismo, molto riconosciuto e osannato - giustamente. Alcuni suoi brani sono nel pantheon della musica moderna. Drumming è un po’ meno popolare ma strepitoso, e la seconda parte (è diviso in tre movimenti) mi manda in paradiso.
Brian Eno: Discreet Music
Eno qui usa la ripetizione in un modo semplice ma insolito: tempi lunghi e pochissimi ingredienti che tornano, assemblati con l’obiettivo di creare una sorta di design acustico d’interni (che lui chiamava Ambient Music). Il risultato è un flusso che funziona per molteplici scopi, incluso riempire la casa di suoni che non richiedono attenzione. Ho un problema con la musica di sottofondo mentre lavoro, leggo o faccio sesso: mi distrae. Questa funziona.
Blues/Soul/Pop
John Lee Hooker: Ship out on the Foam
Il mio genere di blues preferito è il One chord Blues, la forma musicalmente più elementare che ci sia. Non tutti i brani di JLH sono così, ma quando lo sono lui è il migliore. (Curiosità: qualche idiota della casa discografica ha sbagliato il titolo, quindi il brano è elencato come Sheep out on the Foam, un titolo leggermente in contrasto con la devastante tristezza del brano ma che dipinge un’immagine surreale: la pecora nei flutti). Vedi anche Little Dreamer, sempre di Hooker e I’m Gonna Run To The City Of Refuge di Blind Willie Johnson, un gigante assoluto la cui musica viaggia negli spazi interstellari.
Muddy Waters: Still a Fool (free download su Archive.org)
One chord blues al suo meglio: elementare, lento, triste e circolare. Difficile da battere, nelle giornate nuvolose.
Chris Whitley & Jeff Lang: Dislocation blues
Altro giro di una battuta con melodia circolare e ampi spazi “vuoti”. Simbolicamente, il brano inizia con una assolvenza e termina in dissolvenza, segno che volendo potrebbe durare per sempre. Il testo attuale, catastrofico e desolato, insieme alla sensazione di Blues dall’inferno rendono questo brano un capolavoro minore.
Dr. John & The Lower 911: Wade, Hurricane Suite: III Calm In the Storm
Musica dell’anima di un grandissimo della musica americana, questo brano (parte 3 della Hurricane Suite, scritta a seguito del ciclone Katrina che nel 2005 colpì New Orleans) ha una struttura inusuale e deliziosa. Il tema è talmente ben congegnato che si ripete quattro volte (in realtà due, ma le frasi sono quasi identiche), lentissimo e con piccole variazioni. Poi c’è un B di passaggio per tornare al tema che, ripetuto altre due volte, chiude il brano. Sentimento strumentale a vagoni, Blues tristissimo e un senso di circolarità musicale che ogni volta mi pettina l’umore.
JJ Cale: Friday
Cale è uno dei musicisti che amo di più, e nelle mie fantasie più sfrenate sospetto che fosse un po’ autistico pure lui. La sua musica non è solo sonicamente misteriosa (Clapton, grande fan, fece un album con lui anche per capire come faceva a ottenere certi effetti) ma molto ripetitiva. È il caso di Friday, basata su un giro di una battuta, con una trama di chitarre che si evolve durante il brano pur rimanendo sempre uguale. Il brano spinge assai e il testo è forse il più bello mai scritto sulla settimana lavorativa. Cale inoltre è autore di quello che considero l’inno del mio autismo, The Old Man and Me.
James Brown: Prisoner of Love (Live at the Apollo)
Gospel and Soul hanno un’arma segreta: l’Ad lib, cioè quella parte di una canzone (solitamente il finale) dove si abbandona l’armonia, ci si ferma su uno o due accordi e si procede all’infinito, appunto Ad Libitum. Gli esempi sono moltissimi, anche in generi diversi. Questo, insieme a quello di Mary don’t you weep di Aretha Franklin (dall’album Amazing Grace, pure dal vivo) sono tra i miei preferiti. L’originale Prisoner of love (1963) dura 2’23, mentre questa (dall’album Live At The Apollo, Vol. II del 68) ne fa 7’31”. Come? Semplice: i primi 2’20” sono uguali, mentre i successivi 5’ sono un lungo, estenuante, sublime Ad lib responsoriale, parzialmente improvvisato su un singolo accordo.
Steely Dan: Hey Nineteen
La loro musica non risponde a nessuna delle regole qui sopra: tanti accordi, armonie complesse, strutture sofisticate. Eppure nel repertorio degli Steely Dan esiste una vena ripetitiva, e i loro Ad lib sono quasi insuperabili. È il caso di Hey Nineteen, che inizia come una canzone, ma dopo due strofe e due ritornelli arrivano 16 meravigliose misure vuote: tre accordi, il beat assassino e qualche commento vocale. Dopodiché entra un secondo Hook strepitoso (e malandrino, come sono spesso i Dan: “The Cuervo Gold, the fine Colombian, make tonight a wonderful thing”), un ultimo ritornello e poi bam, quasi due minuti di misure quasi vuote, con assoli sparsi e groove a pacchi. Per gli amanti delle misure vuote nel 2011 ho fatto Empty Bars, una serie di 4 remix sottrattivi: canzoni a cui ho tolto la canzone lasciando solo le parti vuote, e c’è anche Hey Nineteen.
African/Reggae
Hukwe Zawose, Dickson Mkwama & Lubeleje Chiute: Nhongolo
Questo album, Mateso dei Master Musicians of Tanzania, è quello che vorrei mi facessero sentire semmai dovessi finire in coma, e se non mi sveglia questo allora staccate la spina. Fin dalla prima volta che l’ho ascoltato, quasi 40 anni fa, non ha mai smesso di stupirmi, di calmarmi, di riaccordarmi. In particolare brani come questo, in cui suonano la Mbira (o Sanza, o Kalimba), il semplice e miracoloso Thumb Piano africano. Il suono ronzante, ottenuto aggiungendo anelli metallici (o anche tappi di bottiglia) ai loro strumenti, mi trasporta in un luogo dove tutto è sereno. La musica tanzaniana è meravigliosa, come la gente in questo video cha canta, suona, balla e gode: ecco i vicini che vorrei.
Fela Kuti: Shakara Oloje
Questa è musica Dance, un po’ più avanzata dei terribili Black Eyed Peas. La ripetizione qui è la regola numero 1, la numero 2 è la sottrazione: quando la batteria cala e il ritmo continua la questione si fa tesa e emozionante, pur rimanendo sulla stessa battuta dall’inizio alla fine - quasi 14 minuti dopo.
Lee Perry & The Upsetters: Roast Fish and Cornbread (extended)
La maggior parte del Reggae mi piace, anche se ho una preferenza per il quello lento, ipnotico e mono-accordo. Come questo pezzo, creato da un uomo leggendario che sapeva come far durare una battuta per sempre.
Elettronica/Hip hop/Techno
Amon Tobin: Natureland
Amo il Jazz ma spesso mi annoiano gli assoli, troppo “discorsivi”. Con qualche eccezione, ovviamente. Questo non è proprio Jazz: è una raccolta di loop assemblata miracolosamente, che in qualche modo suona come Jazz ma anche no. Questo brano mi ammalia, proprio come Audrey’s Dance di Angelo Badalamenti (da Twin Peaks) qualche anno prima. Meccanico ma flessuoso, coerente e precisissimo, meravigliosamente sempre uguale.
SAULT: Fear no one
Sepolta in un’uscita abnorme (5 album pubblicati tutti insieme nel 2022) questa traccia è rozza, dritta e perfetta. Un loop, due melodie, meno di tre minuti: ecco a che serve il tasto Repeat dei player.
Goodie Mob: Cell Therapy (Instrumental)
L’originale era una bomba ma la strumentale è senza tempo: minuti di battute vuote, dove c’è un sacco di roba minimale che non si può apprezzare nella versione vocale. La maggior parte dei brani Hip hop per me ha due vite, la versione vocale ufficiale (che si sente alla radio) e la strumentale. Prova e vedrai: li avevi notati i bellissimi fischietti dentro California Love?
Enrico Sangiuliano: Dutch Kiss (Inner Mix)
Dutch Kiss (Straight Mix) è arrivato al primo posto nelle classifiche Techno di Beatport qualche anno fa. Nessuna sorpresa, è una gran mazzata da rave. Ma l’Inner Mix è favoloso: half-time, un po’ Dubstep ma pur sempre Techno, non inizia mai veramente e non dovrebbe mai fermarsi, se lo chiedete a me. Questa è musica profondamente coerente e dà significato (insieme a milioni di altre) alla frase “La musica è un modo di contare”.
Neo´okai: Óol (Original Mix)
Scoperti grazie a Polcari (tastierista, produttore, DJ e orecchio sopraffino), l’EP Las Palomas è entrato subito tra i preferiti: groove lenti, micidiali, coerenti e inesorabili che vanno avanti per molti minuti. Óol è costruita su un pattern di otto battute che fa da tapis roulant a parti strumentali fantasiose, come la Kalimba impavida che parte nel drop a 4’54”, ma sempre ben incastrate sul beat. Non solo questa musica mi resetta, ma mi fa muovere il culo - sempre una bella cosa.
Ripeto (siamo sempre su Internet) : questa è la musica che funziona per me. Sei autistico/a e ascoltarla ti fa orrore? Parliamone, ma soprattutto restiamo amici. Non sei autistico e ti piace tutta? Questo non significa che tu lo sia, se hai dei dubbi vai a farti diagnosticare.
NB: Tranne dove indicato, i link nei titoli delle canzoni mandano su YouTube, infestato di pubblicità ma accessibile a tutti (o su Bandcamp). Se hai soluzioni più eleganti fatti sotto.






Grazie, per farmi ritrovare artisti a me cari e farmene conoscere di altrettanto interessanti ed intriganti, è un piacere seguirti.
Eccola....3h34m in loop https://open.spotify.com/playlist/5YjmG21pffW4fik82Zpz38?si=LiHNrAabSrKCWpSLka84wg