Roscoe Holcomb
Minatore e cantante ultraterreno
Da alcuni anni ormai sto esplorando registrazioni musicali antiche, per quanto possano essere antiche delle registrazioni musicali: diciamo a partire dal 1900. Innanzitutto per rispondere a una domanda: da dove viene la musica che mi piace? C’è poi un aspetto emotivo che entra in gioco. Fino agli anni 60 la musica veniva registrata tutta insieme, i musicisti nello stesso ambiente e un microfono che riprendeva questa performance. Tecnicamente quindi si trattava della fotografia audio di un evento, come un field recording ma con gente che suonava. Poi è arrivata la registrazione multitraccia, quella che usiamo oggi: gli strumenti vengono registrati uno per volta in giorni, e talvolta mesi, diversi. Quindi tutti i dischi registrati prima hanno data e ora, come le foto digitali: una registrazione di 4 minuti contiene effettivamente 4 minuti registrati, per dire, l’11 maggio 1926. Quando si registra uno strumento in una stanza che non ha trattamenti acustici si registra anche la stanza. Ascoltare Country Blues #1, registrata da Alan Lomax il 24 agosto 1941 nella casa di legno di Muddy Waters a Stovall, Mississippi, significa anche trascorrere 3’24” dentro quella casa con Muddy che suona. Per non dire delle interviste, con in sottofondo quello che avremmo sentito stando seduti sul portico della casa (che è stata smontata, portata in tour in alcuni locali della catena House of Blues e oggi installata nel Delta Blues Museum). Insieme alla domanda sulla provenienza della musica ce n’è un’altra: come nascono i generi? Anche qui le registrazioni d’epoca sono essenziali per capire le molte articolazioni del Blues, del Jazz o del Country, i primi generi che si evolvono parallelamente alla (e a causa della) diffusione dei dischi.
Uno degli epicentri della musica americana è l’Appalachia, una catena montuosa che, come vedete qui sopra, attraversa diversi stati all’est degli USA. È una regione tradizionalmente povera, molto ridicolizzata dagli americani urbani e, incontrovertibilmente, una delle culle della musica moderna. Da qui vengono alcune figure maggiori e minori della mitologia Country tra cui Roscoe Holcomb, nato a Daisy, Kentucky (punto rosso sulla mappa) nel 1912 e scomparso nell’81.
Dice bene Wikipedia che come occupazioni indica “minatore, operaio edile, agricoltore e musicista”. Le prime registrazioni sono del 59, quando Holcomb aveva già 47 anni. E prima? Sul sito Appalachianhistorian.org c’è un bellissimo articolo sulla vita di Roscoe Holcomb. Traduco e riassumo: “Roscoe crebbe in un mondo plasmato da un’agricoltura di sussistenza mista, dall’economia del carbone e da comunità religiose unite. Come molti uomini della sua generazione nella contea di Perry, Holcomb lavorò nelle miniere e nell’edilizia. Le biografie ufficiali lo descrivono come minatore, operaio edile e agricoltore ben prima di definirlo musicista. Infatti i vicini di Daisy lo ricordavano innanzitutto come uno che suonava per la propria soddisfazione e per le funzioni religiose, non come artista itinerante. La sua musica nacque dalla vita quotidiana in una comunità dove il canto e la musica si intrecciavano tra giornate lavorative, serate in veranda e incontri in chiesa, piuttosto che da una carriera commerciale”. Nel 1959 Holcomb viene “scoperto” da John Cohen, musicista e film maker che, sull’onda del Folk Revival gira un breve documentario su di lui, The High Lonesome Sound. Wikipedia è chiarissima: “Cohen ha lavorato con Holcomb per quasi due decenni, ma i due non si sono mai capiti del tutto”.
The High Lonesome Sound (suono acuto, solitario e malinconico) si riferisce al timbro quasi ultraterreno della voce di Holcomb. Uno stile radicalmente diverso che però a me a tratti suona familiare. Dice sempre Appalachianhistorian.org: “Il suono che catturò l’attenzione di Cohen nel 1959 si era formato nel corso dei decenni nelle chiese e nelle case del Kentucky orientale. Holcomb era cresciuto nella tradizione dei battisti tradizionali, dove le congregazioni praticavano il Lined-out hymn singing. Un leader intonava un verso e i fedeli lo seguivano in un lungo e elaborato unisono. In quelle funzioni non c’erano strumenti musicali, solo voci umane che piegavano e allungavano melodia e ritmo in modi che gli estranei spesso percepivano come strani o dissonanti”. Come nella sua versione mozzafiato per sola voce di questo classico.
Oltre a cantare, Holcomb suonava la chitarra, il violino e l’armonica, ma il suo strumento era il Banjo, uno strumento che gode di una brutta fama. Abitualmente associato a cappelli da cow boy, bandana e Yahuuppie! il Banjo invece è uno strumento di derivazione africana, uno dei pochissimi negli USA. E lo stile al quale lo si associa di solito, il Bluegrass, è soltanto uno dei molti possibili modi di suonarlo, tra cui il popolare Clawhammer o quello di Roscoe, nel quale si usano solo due dita (della mano destra) che si chiama Little Birdie.

Con la seminale compilation Mountain Music of Kentucky (Folkways, 1960), il documentario di Cohen e il Folk Revival inizia la carriera di Holcomb come musicista professionista. In vita registra tre album, tutti per la Folkways (oggi parte dello Smithsonian Institute, ente depositario del Folk americano): The Music of Roscoe Holcomb and Wade Ward (1962), The High Lonesome Sound (1965) e Close to Home (1975). Nell’editare questa musica John Cohen decise di “regolarizzare” lo spelling del nome, da Halcomb a Holcomb. Anche il finale è triste: “Tenne la sua ultima esibizione dal vivo nel 1978. Soffrendo di asma ed enfisema a causa del lavoro nelle miniere di carbone, alla fine non fu in grado di lavorare per periodi prolungati e il suo reddito successivo provenne principalmente dalla sua musica. Morì in una casa di cura nel 1981, a 68 anni”.
Sul sito della Folkways, nella pagina dedicata a An Untamed Sense of Control, una bella raccolta di Holcomb, si legge: “Bob Dylan ha affermato: ‘Roscoe Holcomb possiede un certo senso del controllo indomabile (“a certain untamed sense of control”) che lo rende uno dei migliori’”. Ma certo, Dylan: ecco come mai Roscoe mi suonava familiare. E il testo continua: “Le sue performance intense e coinvolgenti riflettono un’epoca precedente all’imposizione della radio ai musicisti di come suonare, e queste registrazioni fanno sembrare altra musica annacquata al confronto”. Un’epoca dove esisteva della musica impossibile, strabiliante e sublime come Swanno Mountain.
Certamente si tratta di musica per noi aliena, che ha le sue radici in una religiosità canora incomprensibile, con delle tradizioni impensabili, cresciuta intorno a uno stile di vita radicalmente diverso dal mio, e forse anche dal vostro se non siete minatori di carbone nel Kentucky del 1932. Però se è vero che, “Accompagnato da solo con banjo, violino, chitarra o armonica, queste canzoni esprimono la dura vita che ha vissuto e la tradizione in cui è cresciuto”, va anche detto che sono canzoni meravigliose, e che Holcomb è un maestro. Il quale, come molti maestri della musica Popolare, è anche una capsula del tempo, una biblioteca vivente di stili precedenti dai quali ha derivato il proprio, come Muddy Waters o John Lee Hooker. C’è un altra stranezza nel repertorio di Roscoe Holcomb: per lui non ci sono differenze. Suona la Old Time Music ma anche il Blues, gli Inni religiosi e le Topical song. Frequenta le Blue note, le Shape note e il Banjo; la sua musica è sempre ritmata e spesso ballabile. Un altro sintomo che, alle origini, la musica americana era molto meno differenziata tra generi musicali, e forse anche tra razze. A proposito di generi (non musicali). Ho sentito per la prima volta Roscoe Holcomb da ragazzo al cinema, nella colonna sonora di uno dei film importanti dell’epoca, Zabriskie Point di Antonioni. Ma ovviamente di quella importante colonna sonora mi aveva colpito altro: ricordo però di aver notato quella melodia. Molti anni dopo l’ho ritrovata: che melodia, e come spinge col Banjo. Non solo, questa è la canzone di una donna che si lamenta - in prima persona:
When I was single, Lord I dressed so fine
Now that I’m married, Lord, I go ragged all the time
Got the dishes to wash and the spring to do to
When you are married, Lord you’ve got it all to do
Oh, Lord, don’t I wish I was a single girl again
Non riesco a non voler bene a Roscoe Holcomb. Non solo per la sua difficile vicenda umana, la povertà, il carbone. Gli voglio un gran bene anche perché mentre lo ascolto sento che lui prova un sentimento prezioso, che pure oggi ha una brutta fama: il diletto. Lo usiamo solo nella parola dilettante, ma il diletto è il motivo principale per cui gli umani hanno prodotto musica da sempre: quello proprio e talvolta quello altrui.
Su YouTube trovate molte interviste e apparizioni televisive. Non sono visioni sempre piacevoli: lui è a disagio, gli intervistatori sono a tratti molto paternalistici e stereotipici, è chiaramente un operaio del Kentucky a cui qualcuno ha detto (a ragione) che è un monumento nazionale. Roscoe è lusingato ma vorrebbe essere altrove.
Qui trovate un approfondito articolo di Scott L. Matthews de Florida State College: John Cohen in Eastern Kentucky: Documentary Expression and the Image of Roscoe Halcomb During the Folk Revival. Matthews esamina lo sguardo e il linguaggio utilizzati da Cohen e li mette in relazione col modo nel quale l’America (anche quella “di sinistra”) guarda alle culture degli Appalachi.




voce estremamente dí testa ma non così adenoidea, dai 😉
ennesima scoperta interessante di cui ringraziarti
la faccenda della registrazione audio all at once andrebbe sempre ricordata: fotografia sonora rende bene l’idea, ma fotografia analogica s’intende
Folkways FA 2363, "Roscoe Holcomb and Wade Ward" (see https://tunearch.org and search by ‘Holcomb’)