Sanremo altrove
Io e il festivàl
Sanremo ed io abbiamo una lunghissima relazione. Come tutti lo guardavo da piccolo perché in casa si guardava, ma erano sempre i soliti cantanti e le canzoni mi sembravano tutte uguali. Ogni tanto c’era una scossa, un Celentano o una Caselli, ma a parte l’occasionale Armstrong alla fine era sempre tutto molto addomesticato. (Sì, c’era la faida tra i cantanti melodici e gli “urlatori” ma, a parte qualche intemperanza, era più marketing che conflitto generazionale.) Crescendo e sviluppando gusti musicali autonomi il primo a cadere è stato Sanremo. Non c’era nessuno degli artisti italiani che mi piacevano da ragazzo: no Battisti, no Bennato, no De André, figurarsi Napoli Centrale o gli Area. Quindi, dato che Zanicchi non rientrava nei miei orizzonti, io e Sanremo ci siamo separati.
Negli anni 80 arrivano il postmodernismo e la televisione commerciale, e lo scenario cambia: adesso Sanremo si guarda in gruppo per ridere, fare commenti feroci e attendere il “colpo di scena” che nel frattempo è diventato un ingrediente fisso: quello che si vuole buttare dalla balconata, il pancione della Berté, il perizoma di Oxa e i comici “controversi” come Grillo o Benigni. La musica? A parte qualche rara eccezione regnava la noia assoluta, vecchie cariatidi, cantanti che esistevano solo per una settimana all’anno (che farà Zarrillo nel suo molto tempo libero?), nuove proposte inesistenti nel mondo reale, ospiti internazionali zombie (sempre in playback). Nessuno si aspettava la qualità: è Sanremo, mica Montreux. Quindi per anni, almeno per me, Sanremo è stato completamente irrilevante e nessuno dei musicisti italiani che apprezzo l’ho scoperto lì.
Ecco un’eccezione, una storia insieme tenera e tragica, forse anche a lieto fine. Nell’81 si presenta a Sanremo uno sconosciuto Eduardo De Crescenzo con “Ancora” (Mattone - Migliacci), canzone di un genere che negli USA chiamano “Adult Pop”, musicalmente molto sofisticata. Lui è bravo ma inesperto, forse timido e chiaramente terrorizzato resta impalato mentre canta, con le mani che sembrano legate dietro la schiena. Il brano non entra nei primi 10 ma ha un certo successo commerciale. Purtroppo dal 94 “Ancora” (non tutta, solo i primi 30 secondi) diventa la sigla di “Mezzanotte e dintorni”: Mattone e Migliacci festeggiano, e forse pure De Crescenzo, ma la canzone è segnata per sempre: peccato.
Nel frattempo è successo tutto: è arrivato l’Hip hop italiano (e i suoi derivati), c’è stato uno scatto di qualità nel Pop nostrano (vedi Afterhours o Subsonica), la discografia è andata in crisi, Internet, lo streaming e via dicendo. E Sanremo? La mia impressione è che sia rimasto sempre fedele a se stesso, invitando artisti dai grandi numeri (che oggi vuol dire tanti like), nuove proposte spinte dalle Major e ora dalle lobby come X Factor o Amici, nepo baby dalla personalità impalpabile e gli ergastolani del festivàl come Renga o D’Amico. La differenza è che oggi in Italia i grandi numeri non li fanno più solo gli stranieri com’è stato per decenni ma anche (e soprattutto) gli italiani. Però mentre prima per vendere tanti dischi serviva Sanremo, oggi per vendere Sanremo servono cantanti che fanno tanto traffico altrove: Spotify, YouTube, TikTok, ecc. Infatti molti dei miei studenti guardano la televisione (quella dell’antenna, non lo streaming) una settimana l’anno: quella. Ma mentre una volta erano i giovani a trovare noioso Sanremo, oggi sono gli anziani (intesi cone gruppo culturale, non anagrafico) che si lamentano. Per tenere accesa la loro attenzione si trova sempre qualcosa, un Blanco che scalcia, un Morgan che sbarella, la farfallina di Belen o il comico che dice qualcosa di…
Giuro: in tanti anni non ho mai sentito una battuta davvero controversa a Sanremo. Non Grillo, non Benigni, non un tal Duro che non sapevo chi fosse prima e non lo so neanche ora: nessuno. Oggi però sappiamo che esiste una satira più estrema: per la prossima edizione potremmo invitare Corrado Guzzanti, o magari Robby Hoffman? Quest’anno c’era un certo Pucci che mi dicono sia (di destra e) famosissimo, ho letto alcune sue battute un po’ deboli ma per giudicare un comico bisogna guardarlo un po’ e io non ho avuto occasione. Però poi alla fine Pucci ha detto che non ci va, che gli hanno minacciato il cane e non se la sente. Qualcuno gli presenti Ricky Gervais, che per i Golden Globe forse ha ricevuto qualche minaccia in più ma continua a fare il suo mestiere (che piaccia o meno quello che dice, non è questo il punto). Purtroppo però oggi in Italia va di moda fare i piangina, Pucci si ritira e la Rai gongola: dato che il line up è atrocemente noioso almeno i giornali hanno qualcosa da scrivere.
Ecco un’altra eccezione: nell’89 Mia Martini benedice il Teatro Ariston con una performance monumentale, matura, consapevole e tecnicamente perfetta: il ritorno sulle scene dopo una vicenda umana orribile. “Almeno tu nell’universo” (testo di Bruno Lauzi e musica di Maurizio Fabrizio) è un esempio forse unico di esibizione sanremese davvero significativa e emozionante.
Io, come ormai da molti anni, anche nel 26 mi rifiuto di sottopormi a quasi 24 ore di televisione bestiali, noiosissime, dove la musica è una frazione dello show e il resto è dolore, imbarazzo, noia. Inoltre vivo da solo, quindi posso solo bestemmiare me stesso e guardare con desiderio il telecomando. Tanto lo spot sulle bellezze della Liguria l’ho già visto, i fiori li so, per le canzoni semmai c’è YouTube e se Carlo Conti donasse la vista a un cieco lo leggo sul giornale. Con un immenso vantaggio: non devo ascoltare Elettra Lamborghini. Su cui ho dei pregiudizi? Molti, me li coccolo con ardore, ne vado fiero e li rivendico perfino a mezzo stampa. Certo: potrei sbagliarmi e scoprire solo il giorno dopo che Sanremo è stato uno spettacolo di raffinata eleganza con canzoni sublimi, un ritmo agile, comici taglienti, zero sessismo e una performance della Lambo che resterà nella storia delle interpretazioni indimenticabili. Scommettiamo che no?


Beh, anche in caso di errore c'e' sempre RayPlay per rimediare. Diciamo che tutto sommato non ti perdi proprio nulla, se non "il bello (???) della diretta". HI5!!!
Come sempre impeccabile analisi (e sintesi) di qualita'. Chapeau.
Immensa Mia Martini in quella esibizione. Grazie per ricordarla.