Ti piace il Jazz?
Playlist annotata di Jazz pre-moderno
Ecco una domanda che mi accompagna fin da ragazzo. All’inizio era preceduta dall’espressione “Ma che davvero”. Ero giovane e i miei coetanei erano increduli: Ma che davvero ti piace il Jazz? Poi negli anni è diventata una domanda sincera e, da quando insegno, una curiosità inspiegabilmente ricorrente tra i miei studenti: Prof, le piace il Jazz?

La risposta è complicata: a differenza delle fragole (sì) e della remigrazione (no) il mio rapporto col Jazz si è evoluto in una direzione tortuosa e retrograda. Da ragazzo, durante la fase Prog ho scoperto gli Weather Report, quindi Miles Davis e tramite lui il Bebop, musica difficilissima, funambolica e virtuosa che metteva in evidenza l’estro improvvisativo di giganti come Charlie Parker e Dizzy Gillespie. Questo diventò subito il mio genere di riferimento: non piaceva a nessuno dei miei amici, era molto da nerd e si accordava bene col mio aspetto dell’epoca: basco, pizzetto e pipa (per fortuna non ho fotografie di questo quindicenne disadattato che credeva di essere un esistenzialista, però coi brufoli e la faccia da ragazzino). Un Jazz mentale, talvolta colto, certamente molto amato dagli intellettuali. C’è stata almeno una generazione di ottimi beboppisti italiani a cominciare dal compianto Massimo Urbani. Il Bebop mi ha aperto le orecchie anche al Jazz successivo: Coltrane, Don Cherry, Bill Evans, l’Art Ensemble of Chicago fino a Cecil Taylor, Anthony Braxton e Ornette Coleman: il Free Jazz.

Poi qualcuno mi ha suggerito di ascoltare Duke Ellington e Count Basie, ho letto dei libri e ho scoperto che il Bebop nasce da una generazione di giovani musicisti cresciuta nelle Big band degli anni 30 e 40 (tra cui quelle di Basie e Ellington), che rifiuta il ruolo di intrattenimento danzante del Jazz, e quindi inventa uno stile che ne sovverte alcune regole. Piccoli gruppi invece di Big band; largo spazio all’individualità, all’improvvisazione e all’interplay tra i musicisti che, essendo solo quattro o cinque, potevano far brillare maggiormente la loro creatività di interpreti; uso di armonie complesse, virtuosismi e ritmi velocissimi impossibili da ballare: questa è musica da ascolto, artistica.
“That big band is a bad thing for Diz (zy Gillespie),” he says. “A big band slows anybody down because you don't get a chance to play enough. Diz has an awful lot of ideas when he wants to, but if he stays with the big band he'll forget everything he ever played”.
Charlie Parker, intervista a Downbeat, 1949
Io però sono un ballerino mancato e apprezzo molto l’intrattenimento danzante, quindi quando ho sentito Ellington ho avuto un sussulto e quando ho scoperto Basie m’è mancato il respiro. Due bandleader che sapevano dare spazio a solisti sublimi senza però perdere gli arrangiamenti sfavillanti e il groove infernale dello Swing.
Inoltre sono due autori che hanno esplorato altre vie oltre allo Swing danzante, come Black, Brown and Beige, album del 58 di Duke Ellington featuring Mahalia Jackson, una delle grandi cantanti Gospel: una suite in sei parti “composta da Ellington nel 1943 ispirandosi al cammino di emancipazione del popolo afroamericano negli Stati Uniti”. O Basie, che negli anni 50 esplorava generi diversi espandendo la tavolozza della Big band. Oltre ai più moderni, in Italia in quel periodo arrivavano anche i giganti del passato: Davis e Mingus ma anche Sarah Vaughan, Art Blackey e perfino il leggendario (uso sempre questa parola con prudenza) Earl Hines, del quale da qualche parte ho l’autografo. Dovrei ritrovarlo: a 17 anni non avevo esattamente idea di chi mi trovassi di fronte.
Andando indietro sono arrivato a Benny Goodman, Fletcher Anderson, Lionel Hampton e gli altri: meraviglia. A quel punto ho capito che per saperne di più avrei dovuto proseguire a ritroso.
Tra il 30 e il 40 la house band dell’esclusivo Cotton Club a Harlem era quella di Cab Calloway, cantante e superstar di un’orchestra che funzionava interamente intorno a lui: pochi assoli, molti ritornelli infernali, autoironia qb e yes dancing, please! Lui stesso dirigeva cantando, ballando e agitando la lunghissima bacchetta, uno dei suoi molti trademark. La musica di Calloway inoltre, a differenza del Free Jazz, è ironica e spiritosa come molta di quella dei jazzisti originari - vedi qui sopra il video con Basie tratto da Blazing Saddles di Mel Brooks, uno dei momenti più profetici della storia del cinema: la sella di Gucci nel 74. Inoltre, come si vede qui sotto, Calloway è l’uomo più cool mai venuto al mondo.
Geechy Joe finisce come Minnie The Moocher, la sua hit più nota, del 1931. Da allora non solo quel riff l’ha infilato ovunque, ma ha pubblicato una sfilza di canzoni con la stessa ambientazione, gli stessi personaggi (molto simili a quelli di Damon Runyon, fantastico scrittore americano dell’epoca) e lo stesso congegno di call and response: Boo-Wah Boo-Wah, You Gotta Hi-Di-Ho, Zah-Zuh-Zaz e alcune altre. Cab non è un raffinato hipster newyorkese, lui munge la mucca - e il suo swingare resuscita i morti.
Calloway e i Nicholas Brothers, dal film Stormy Weather
Andando ancora indietro ovviamente si arriva a uno dei fondatori del Jazz, Louis Armstrong, Satchmo, snobbatissimo dai jazzisti del dopoguerra che lo consideravano gigione e innocuo. Armstrong è stato il primo jazzista a diventare una superstar globale in un’epoca dove il razzismo era ancora esplicito e rampante. Non solo: tra una risata e un ammiccamento Satchmo suonava musica assassina, incredibilmente commovente o anche lieve e ironica, e (oltre al concetto di assolo moderno) inventava uno stile vocale che contiene le origini della musica afroamericana, il Blues, il Gospel e tutto il resto.
Il primo suo disco su cui misi le mani era un best economico, che conteneva brani arcaici di sessioni considerate originarie nella storia del Jazz, registrate tra il 25 e il 28 con gli Hot Five e gli Hot Seven. Alcuni di questi 78 giri all’epoca sono stati delle hit, tra cui Heebie Jeebies che popolarizza il canto Scat, Potato Head Blues e St James Infirmary.
In Muggles (28), termine slang per la Marihuana della quale Satchmo è stato grande utilizzatore e fiero paladino (per quanto possibile all’epoca), al piano c’è appunto Earl Hines che ne è anche coautore.
Lo Swing è musica Pop, se è vero quello che dice l’AI: “La musica Pop è progettata per l’intrattenimento, caratterizzata da melodie orecchiabili, testi semplici, ritmi incalzanti e una struttura ricorrente”. Naturalmente è anche musica sublime, le due cose non sono in contrasto come qualcuno pensa oggi. Non solo, questo è Pop di genere Dance: “Lo Swing è fortemente associato al ballo Jitterbug, che divenne una vera e propria mania nazionale. Il ballo nacque alla fine degli anni ‘20 come Lindy Hop e in seguito incorporò altri stili. Una sottocultura di ballerini di Jitterbug, a volte piuttosto competitiva, si riuniva attorno alle sale da ballo. Alcuni dei migliori ballerini apparvero in film come Everybody Dance (36), A Day At the Races (37) e Hellzapoppin’ (41, con una scena furibonda di Lindy Hop). Questo ballo sarebbe sopravvissuto all’era dello Swing, associandosi all’R&B e al primo Rock&Roll” (remixato dalla voce Swing di Wikipedia). È un universo fantastico che contiene mille meraviglie, grandi entertainer e musicisti sublimi che si divertono e ridono mentre swingano come degli invasati. Tra i miei preferiti ce ne sono due arrivati alla fine dell’epoca d’oro del genere.
Louis Jordan è considerato uno dei precursori del Rock’n’Roll, e la sua musica è la dimostrazione di come ci sia una sostanziale continuità tra Cab Calloway e Bruno Mars. La sua hit più famosa (che si cita sempre come proto R’n’R) è Caldonia, (1945) dove il contesto è chiaramente ironico.
Ma la mia preferita è Five Guys Named Moe (43), che racconta l’assurda storiella di una band composta da 5 tizi di nome Moe: Big Moe, Little Moe, Four-eyed Moe, No Moe e Eat Moe. Does humor belong in music?
E poi c’è la nostra gloria nazionale, forse il mio italoamericano preferito (è una lotta, sono tanti e spesso fantastici), Louis Prima (ne ho già scritto e prima o poi gli dedicherò un articolo) del quale questa è la performance più famosa: I’m the King of the Swingers.
Essendo ultra-Pop, Louis Prima (che è autore di hit globali come Sing Sing Sing e Just a Gigolo) e la sua partner, la strepitosa Keely Smith, hanno fatto molta televisione e YouTube regala mille meraviglie come I’m the Sheik of Araby, dove il buonumore regna sovrano.
Ma quindi ti piace il Jazz? Dipende, oggi preferisco quello Pop, possibilmente del tipo umoristico e ballabile - con infinite eccezioni ovviamente (tra cui Davis, Coltrane, Parker e Gillespie): non vado per generi ma per buona musica.
Su YouTube c’è un documentario del 2006 su Louis Prima: King of the Swingers.
Anch’io ho prodotto dello Swing in passato, anche di recente: lo chiamo Fake Jazz. Tra i brani che mi sembrano più riusciti c’è questo.
I link portano su Wikipedia, tranne dove indicato. Se la frequenti spesso potresti fare una piccola donazione.


Che bellissimo pezzo. Come è vero, a un certo punto inizia con il jazz il viaggio a ritroso, si parte magari dai percorsi impervi elettrici o del be bop s si arriva tra le braccia dello swing.
quanta figaggine in quegli ensemble! nei suoni, certo, ma anche nei vestiti, nel décor, nelle mosse, nei sorrisi
quanta nostalgia di un mondo che suonava e sorrideva a un futuro che poi, arrivati che ci siamo, meh!
quanto dolore agli adduttori miei, e forse anche del dirimpettaio, nel guardare le evoluzioni dei Nicholas Brothers (che non conoscevo, grazie +)