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Eric J Lyman's avatar

You wonderfully illustrate the complexity of what it means to be Italian, Sergio, as well as how it evolves. I really enjoyed the thought-provoking read. Your example of the Australian Italian who said in the 1970s that Italians don’t wear earrings … and your observation that they didn’t in the 1940s, when they left. Perfect.

I don’t think there can be a strict definition of what being an Italian is. But we can clearly say what it is NOT. You talked about your joy in meeting Italian-Americans, German-Italians, etc. Well, I’m an Almost-Italian. Not a drop of Italian blood (I’m American and Dominican by birth) but living in Rome for more than 25 years, the last few of them in a very Italian neighborhood (Quartiere San Paolo). I’ll never be fully Italian (I have written about this topic in my newsletter; look for a post called “Almost Roman”). But I’m

a serious student of the culture and I bristle at those who think they understand this complex reality because they say “Ciao Bello!”, won’t touch a cappuccino after 11, once toured the city on a rented Vespa, and their profile photo is them in front of the Colosseum.

Enrico Sola - suzukimaruti's avatar

Il fatto è che l'identità e l'estetica italiana cominciano ad esistere (con fallacie e lacune a manetta) solo a partire dalla seconda metà del Novecento.

Lo dice perfino il nostro inno nazionale, nella parte che non si canta: "Noi siamo nei secoli calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi".

Tecnicamente ci uniamo nel 1861, ma è una pura formalità: un abitante di Treviso all'epoca non era in grado di capire cosa diceva un abitante di Enna (che tra l'altro all'epoca si chiamava ancora Castrogiovanni), ma neppure uno di Cuneo. Parlavano letteralmente lingue/dialetti diversissimi. Vestivano in modo diverso, mangiavano cose diverse, avevano stili di vita molto diversi.

Insomma, quando Metternich dice "L'Italia non è che un'espressione geografica" non sbaglia.

Lo siamo stati fino all'altro giorno. Uno storico come Silvio Lanaro dice che la prima forma di unità culturale degli italiani arriva con il 1956 e la televisione (che non diventò di massa per anni e che comunque come prima cosa si impegnò a insegnare l'Italiano a tutti, col maestro Manzi). Prima, l'Italiano era una seconda lingua (assolutamente facoltativa) per tutti. La prima era il dialetto, tra l'altro spesso quello locale e non quello regionale (che era una seconda prima lingua).

L'immaginario che il mondo ha degli italiani (e che spesso hanno perfino gli italo-something in giro per il Pianeta) è figlio ancora di quella divisione regionale/locale che non lasciava spazio a nulla, sul piano culturale, che davvero "facesse gli italiani".

E cambia a seconda dei luoghi di migrazione. Dove i migranti italiani sono in prevalenza del Sud, l'immagine dell'italiano è quella del picciotto scuro scuro, tutto famiglia, cibo, gelosia.

Dove l'immigrazione è stata piemontese (penso all'Argentina), l'Italiano ha tratti completamente diversi (e opposti agli immigrati di origine spagnola): chiari, grandi lavoratori, schivi, un po' tristi (triste come doveva sembrare una persona nata a Benvagienna - CN nel 1911 a uno spagnolo in Argentina). E così via.

A questa visione (che, per dire, fino agli anni Novanta ci portavamo dietro: penso a Joey in Friends, con 7 sorelle tutte vestite di nero, gelosissimo, con un'ossessione per il cibo e la figa oltre il limite del ragionevole, ignorante ma di buon cuore, ecc.) si è aggiunto l'immaginario che l'Italia post-unitaria ha dato di sé attraverso il Cinema (tutto il racconto della dolce vita, delle "vacanze romane", ecc.), poi attraverso la moda (uno dei pochi export non-food; ecco perché ci pensano eleganti).

Ma, per quanto constato, gli italiani immaginati da chi non è italiano (o interpretati da chi è italo-something) continuano più o meno a essere quelli, almeno sui media (ma pure nel privato, devo dire).

Per il resto, mi è capitato di leggere la Lonely Planet dell'Italia ed è stata una lettura interessantissima. Perfino la guida più cosmopolita, più schierata contro le banalizzazioni culturali, ecc. racconta l'Italia con toni che ricordano gli americani in La pelle di Malaparte (che è il libro più spietato sull'identità italiana e tuttora una lettura fondamentale).

Perfino Dan Brown, uno che pur scrivendo romanzacci fa tantissima ricerca sul tema che tratta, nel suo "Inferno", ambientato a Firenze, non riesce a sfuggire dal trappolone degli italiani ossessionati dal cibo e dagli "spaghetti bolognese" (va letto in inglese: i traduttori italiani hanno limato tutte le banalizzazioni culturali; si sono arresi però di fronte al fatto che il mistero su cui si regge tutto il romanzo non è tale per chiunque parli italiano).

Siamo un po' quello. Poi capita che dal vivo ci confondano: io che sono piemontesissimo ma scuro-olivastro (figlio di Annibale: nel paese dei miei nonni c'è la torre moresca) vengo scambiato per spagnolo, greco, libanese dagli americani. La mia compagna (veronese, mora, ma coi tratti nordeuropei) viene scambiata per svedese, slovena, tedesca (d'altronde viene da una zona di influenza cimbra).

Aggiungiamo al mix il fatto che, per questioni di organizzazione dei produttori di fast fashion, ci vestiamo *uguale* agli spagnoli (stesse catene) e boh, nessuno ci distingue più.

Forse è un bene. Da italiano che non ha buona parte dei tratti che gli immaginari ascrivono all'italianità (sono ateo, figlio unico, con famiglia irregolare, di sinistra, non romantico, vestito in modo non eloquente, quasi astemio, totalmente avulso dalle tradizioni regionali, ecc.), confesso che non mi dispiacerebbe un bel giorno dire "sono europeo", senza troppi pregiudizi (positivi o negativi che siano) culturali e identitari.

Già adesso, come buona parte degli italiani, sono più a mio agio a dire "sono torinese" (pur avendo 3 nonni su 4 che sono nati tutti altrove, spesso in altre regioni, ma non figli dell'immigrazione anni Sessanta-Settanta), perché mi identifico più nella sobrietà sabauda e nel suo storico underground (da cui fieramente provengo) che nel libro Cuore e nel tricolore.

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