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Eric J Lyman's avatar

You wonderfully illustrate the complexity of what it means to be Italian, Sergio, as well as how it evolves. I really enjoyed the thought-provoking read. Your example of the Australian Italian who said in the 1970s that Italians don’t wear earrings … and your observation that they didn’t in the 1940s, when they left. Perfect.

I don’t think there can be a strict definition of what being an Italian is. But we can clearly say what it is NOT. You talked about your joy in meeting Italian-Americans, German-Italians, etc. Well, I’m an Almost-Italian. Not a drop of Italian blood (I’m American and Dominican by birth) but living in Rome for more than 25 years, the last few of them in a very Italian neighborhood (Quartiere San Paolo). I’ll never be fully Italian (I have written about this topic in my newsletter; look for a post called “Almost Roman”). But I’m

a serious student of the culture and I bristle at those who think they understand this complex reality because they say “Ciao Bello!”, won’t touch a cappuccino after 11, once toured the city on a rented Vespa, and their profile photo is them in front of the Colosseum.

Sergio Messina's avatar

Thank you, that's what I meant when I suggested that perhaps the best definitions of italianness come from non-italians. I actually know a few expats who are much more knowledgeable than me about italian customs because they studied them and they're passionate about it (while I just survived them). And then there are the italianophile (with the colosseum in the profile pic): I lived in several countries and they're everywhere. They're always kind and curious, want to know more and sometimes even speak some italian. I have mixed feelings about them: they really mean well (and genuinely love the culture) but they always mention (with stars in their eyes) the food, the wine, the friendly people, the weather, sunsets, Florence etc. One of my ongoing beefs with mainstream italian culture is that the best thing you can do (for example as a young person) is to preserve the past, the ancient wise ways, the nonna mythology (I wrote about it: https://www.sergiomessina.com/wm/la-nonna-immaginaria/). The future of Italy seems to be the past (as you know, you speak the language, I guess you watch tv), and that's bad - despite being so sexy for fetishists of Italy everywhere.

Eric J Lyman's avatar

This is such an interesting topic ... I'm sure we'll both end up writing more about it in the future.

I've bookmarked the article you linked to to read after dinner tonight.

Regarding your comment about the future of Italy being in the past, many years ago a friend (now deceased) had calculated to the day the point when he'd spent more of his life in Rome than in New York City. He called it his "tipping point day." He had people over for dinner that night, even though it was mid-week.

I asked him what the biggest difference between the cities was. This was a few months after the Sept. 11 attacks, and he said that despite that, most New Yorkers would say the best days for the city still lay ahead of it. Of course, he said, in a city that was the center of the Roman Empire and home to the papacy at its peak and host to the Renaissance, nobody in Rome would say the same. I always liked that explanation.

P.S. My tipping point day is later this year, so if you continue to read my newsletter you'll probably re-read that anecdote.

Eric J Lyman's avatar

Il motivo principale per cui ho scritto in inglese è che preferisco rispondere a qualcuno nella lingua che ha usato per parlarmi (se posso), e il tuo post era in inglese.

Ma ci sono però altri motivi: l’inglese è la lingua più forte per me e, inoltre, sono le tre del mattino e sto scrivendo durante un momento di insonnia.

Posso comunque dirti che il tuo inglese scritto è molto forte, perché ti ha fatto esprimere le tue emozioni e il tuo entusiasmo, una cosa che molti faticano di fare nella propria lingua madre!

Sergio Messina's avatar

Grazie, sono uno spericolato utilizzatore dell’inglese: move Fast, break english ;)

Enrico Sola - suzukimaruti's avatar

Il fatto è che l'identità e l'estetica italiana cominciano ad esistere (con fallacie e lacune a manetta) solo a partire dalla seconda metà del Novecento.

Lo dice perfino il nostro inno nazionale, nella parte che non si canta: "Noi siamo nei secoli calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi".

Tecnicamente ci uniamo nel 1861, ma è una pura formalità: un abitante di Treviso all'epoca non era in grado di capire cosa diceva un abitante di Enna (che tra l'altro all'epoca si chiamava ancora Castrogiovanni), ma neppure uno di Cuneo. Parlavano letteralmente lingue/dialetti diversissimi. Vestivano in modo diverso, mangiavano cose diverse, avevano stili di vita molto diversi.

Insomma, quando Metternich dice "L'Italia non è che un'espressione geografica" non sbaglia.

Lo siamo stati fino all'altro giorno. Uno storico come Silvio Lanaro dice che la prima forma di unità culturale degli italiani arriva con il 1956 e la televisione (che non diventò di massa per anni e che comunque come prima cosa si impegnò a insegnare l'Italiano a tutti, col maestro Manzi). Prima, l'Italiano era una seconda lingua (assolutamente facoltativa) per tutti. La prima era il dialetto, tra l'altro spesso quello locale e non quello regionale (che era una seconda prima lingua).

L'immaginario che il mondo ha degli italiani (e che spesso hanno perfino gli italo-something in giro per il Pianeta) è figlio ancora di quella divisione regionale/locale che non lasciava spazio a nulla, sul piano culturale, che davvero "facesse gli italiani".

E cambia a seconda dei luoghi di migrazione. Dove i migranti italiani sono in prevalenza del Sud, l'immagine dell'italiano è quella del picciotto scuro scuro, tutto famiglia, cibo, gelosia.

Dove l'immigrazione è stata piemontese (penso all'Argentina), l'Italiano ha tratti completamente diversi (e opposti agli immigrati di origine spagnola): chiari, grandi lavoratori, schivi, un po' tristi (triste come doveva sembrare una persona nata a Benvagienna - CN nel 1911 a uno spagnolo in Argentina). E così via.

A questa visione (che, per dire, fino agli anni Novanta ci portavamo dietro: penso a Joey in Friends, con 7 sorelle tutte vestite di nero, gelosissimo, con un'ossessione per il cibo e la figa oltre il limite del ragionevole, ignorante ma di buon cuore, ecc.) si è aggiunto l'immaginario che l'Italia post-unitaria ha dato di sé attraverso il Cinema (tutto il racconto della dolce vita, delle "vacanze romane", ecc.), poi attraverso la moda (uno dei pochi export non-food; ecco perché ci pensano eleganti).

Ma, per quanto constato, gli italiani immaginati da chi non è italiano (o interpretati da chi è italo-something) continuano più o meno a essere quelli, almeno sui media (ma pure nel privato, devo dire).

Per il resto, mi è capitato di leggere la Lonely Planet dell'Italia ed è stata una lettura interessantissima. Perfino la guida più cosmopolita, più schierata contro le banalizzazioni culturali, ecc. racconta l'Italia con toni che ricordano gli americani in La pelle di Malaparte (che è il libro più spietato sull'identità italiana e tuttora una lettura fondamentale).

Perfino Dan Brown, uno che pur scrivendo romanzacci fa tantissima ricerca sul tema che tratta, nel suo "Inferno", ambientato a Firenze, non riesce a sfuggire dal trappolone degli italiani ossessionati dal cibo e dagli "spaghetti bolognese" (va letto in inglese: i traduttori italiani hanno limato tutte le banalizzazioni culturali; si sono arresi però di fronte al fatto che il mistero su cui si regge tutto il romanzo non è tale per chiunque parli italiano).

Siamo un po' quello. Poi capita che dal vivo ci confondano: io che sono piemontesissimo ma scuro-olivastro (figlio di Annibale: nel paese dei miei nonni c'è la torre moresca) vengo scambiato per spagnolo, greco, libanese dagli americani. La mia compagna (veronese, mora, ma coi tratti nordeuropei) viene scambiata per svedese, slovena, tedesca (d'altronde viene da una zona di influenza cimbra).

Aggiungiamo al mix il fatto che, per questioni di organizzazione dei produttori di fast fashion, ci vestiamo *uguale* agli spagnoli (stesse catene) e boh, nessuno ci distingue più.

Forse è un bene. Da italiano che non ha buona parte dei tratti che gli immaginari ascrivono all'italianità (sono ateo, figlio unico, con famiglia irregolare, di sinistra, non romantico, vestito in modo non eloquente, quasi astemio, totalmente avulso dalle tradizioni regionali, ecc.), confesso che non mi dispiacerebbe un bel giorno dire "sono europeo", senza troppi pregiudizi (positivi o negativi che siano) culturali e identitari.

Già adesso, come buona parte degli italiani, sono più a mio agio a dire "sono torinese" (pur avendo 3 nonni su 4 che sono nati tutti altrove, spesso in altre regioni, ma non figli dell'immigrazione anni Sessanta-Settanta), perché mi identifico più nella sobrietà sabauda e nel suo storico underground (da cui fieramente provengo) che nel libro Cuore e nel tricolore.

Sergio Messina's avatar

Tutto vero e molto interessante. Ci pensavo: noi (1861) siamo molto più "mondo nuovo" (in termini di identità) degli USA (1776), e l'operazione di creazione dell'italianità è stata carente e calata dall'alto. Curiosamente gli stereotipi sugli italiani sono quasi tutti legati al nostro Sud (vedi i Sopranos), immagino lo smacco dei piemontesi di Brooklyn accomunati ai calabresi :) Come dici tu gli stereotipi ancora impazzano, e dove c'è Italia c'è pizza. Non mi pare però che noi ci sforziamo troppo (come nazione, intendo) per scardinarli, anzi: inventiamo il ministero del made in Italy per tutelarli. Sul tema dell'italianità genetica ho fatto mille discussioni in USA: mentre loro erano certissimi di essere 23% svedesi, 34% polacchi e 18 Greci io, che sono siciliano (culturalmente: mio padre, mai conosciuto, era torinese hard core, e questo spiega molto) che ne so che sono? Sicuramente Ottomano, ma il resto non saprei, le donne sicule sono stereotipicamente fedeli ma. Infine: hai ragione, l'unica via è bypassare l'italianità e diventare direttamente Europei.

Sae's avatar

Credo che l'immaginario dell'Italia nel mondo sia ancora molto legato ai film di successo degli anni '50, come quelli di Fellini o soprattutto Vacanze Romane. Quando in un film o una serie l'episodio è ambientato in Italia, soprattutto a Roma, c'è sempre una Vespa (visto mole volte, dai Simpson al film di animazione Luca della Pixar) e poi ovviamente pizza, caffè ristretti e anche acque minerali. Un paio di giorni fa in Tv c'era una puntata del 1992 della Signora in Giallo (Murder, she wrote) fittiziamente ambientato a Milano e non poteva mancare la scena del cameriere che prepara gli espresso o quella con la bottiglia di San Pellegrino (product placement o semplicemente un modo per far capire che erano in Italia?). Ultima nota: trovo molto più probabile vedere gente a messa a Natale anzichè a Pasqua (nonostante la Pasqua dovrebbe essere più importante perchè è da quel sacrificio che è nato il cristianesimo). Io che per molti anni sono stato credente e praticante, andavo pure a Pasquetta pur non essendo festa di precetto (ma per la mia famiglia lo era, non potevo cercare su Google informazioni se lo fosse o no ;-) )

Sergio Messina's avatar

Hai ragione: l'immaginario dell'Italia nel mondo è ancora legato ai film degli anni '50, e in televisione ogni volta parte il mandolino. Mi chiedo: sarà solo colpa degli stereotipi duri a morire o ci mettiamo del nostro, confermandoli tutti appena possiamo?

Sae's avatar

Non credo che sia solo una questione di stereotipi, dagli anni '50 sono state pochi secondo me i prodotti italiani che hanno creato un nuovo immaginario e così all'estero (soprattutto negli USA dove difficilmente ci si appassiona di film stranieri, tanto che spesso prefriscono rigirarli completamente in chiave americana che sottotitolarli) sono fermi a 70 anni fa. O fermi allo stereotipo contadino nella mente degli imigrati di cui parli nell'articolo. Forse nel 2013 con la Grande Bellezza c'è stato uno sprazzo di apparente novità per vedere l'Italia sotto una nuova luce... apparente per l'appunto, perchè la decadenza raccontata nel film non ha fatto che confermare gli stereotipi del passato.